La marea nera finisce nell’occhio del ciclone

La marea nera è ormai in balia del vento. Di più, degli uragani. La grande stagione dei cicloni è cominciata ieri. Col risultato di far volare via le residue speranze di tappare quel dannato buco sputa-petrolio. Le raffiche a 160 chilometri all’ora che stanno spazzando il Golfo del Messico sono destinate a mandare all’aria ogni possibile intervento programmato dalla British Petroleum (Bp) per arginare un disastro ormai fuori controllo.
Ma la Bp, responsabile dell’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, non demorde; e non potrebbe farlo neppure volendo, visto che gli occhi del mondo sono tutti puntati su di lei. Così - dopo quattro fallimenti - si va avanti con un nuovo tentativo. L’ultima operazione porta il complicato nome di Lower Marine Riser Package Cap: consiste in un «super tappo da piazzare sulla valvola dopo aver reciso il braccio flessibile del pozzo». Facile a dirsi, ma non a farsi. Il «tappone», del peso di diverse tonnellate, sarà collegato a una nave in superficie attraverso un lungo tubo di oltre 1.500 metri. Obiettivo: recuperare il petrolio (che potrebbe continuare a fuoriuscire ancora per mesi), in attesa che sia ultimato lo scavo di un secondo pozzo per dirottare il flusso di greggio.
Intanto è scoppiato pure l’allarme per le «bolle» di petrolio, di cui nessuno conosce gli spostamenti. «Una o più di queste "bolle" - spiegano gli esperti - può essere proiettata nella corrente del Golfo, che arriva fino al nord Europa, o fuori dal Golfo del Messico coinvolgendo l’Atlantico».
L’alternativa al «super tappo» è l’operazione «Bop over Bop», con l’ipotesi di fissare una nuova supervalvola sulla quella che non funziona come dovrebbe. Per far fronte all’incognita uragani, è stato previsto l’utilizzo di una «bretella mobile» piazzata in mare a circa 100 metri di profondità: la bretella sarà collegata a un tubo flessibile che trasporterà petrolio e greggio su una nave in superficie. Nel caso di uragano, la bretella consisterà di scollegarsi e ricollegarsi, una volta passato il pericolo.
«Operazioni complesse e mai tentate prima a simili profondità», sottolinea la compagnia inglese. Un mettere le mani avanti che la dice lunga sulle reali possibilità di successo.

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