Maria Tarnowska, la dark lady fedele solo al delitto

Era l’epoca in cui regnava il feuilleton. Si leggevano Il padrone delle ferriere di Ohnet, Il romanzo di un giovane povero di Feuillet, Il matrimonio di chiffon di Gyp e, poi, si passava a viverli, quando si poteva. Era davvero una belle époque, anche se non esente da drammi e fattacci di cronaca nera, solo un po’ più incantevoli di oggi, un po’ più à la Puškin, anzi, siccome siamo in Italia, un po’ più à la Gozzano, tra ufficiali squattrinati e contesse lussuriose, e dolci pomeriggi autunnali trascorsi in giardino - quello di Villa Amarena, of course - a osservar sospirando fiori e rose.
Tra i delitti di quegli anni - fine ’800-inizio ’900 - alcuni sono passati alla storia col nome della femme fatale che li ispirò e talora provocò: c’è quello di Linda Murri, un «triangolo» borghese finito nel sangue, quello di Giulia Trigona di Sant’Elia, assassinata «per gelosia» all’ombra del Gattopardo (era la zia di Tomasi di Lampedusa), ma soprattutto quello di Maria Tarnowska, a cui Enrico Groppali dedica un gustoso e leggibilissimo romanzo in uscita per Mondadori: Il diavolo è femmina (pagg. 324, euro 18,50).
Era certo diabolica, la contessa Tarnowska: prima di Groppali, le sue perturbanti vicende hanno ispirato la Circe di Annie Vivanti e numerose attrici che avrebbero voluto interpretarla, da Isa Miranda a Ornella Muti. Appassionò anche registi come Visconti e Fassbinder. Qual era la ragione di tanto fascino? Scena dopo scena, il romanzo ce lo spiega, nei toni di un feuilleton riveduto e corretto da una certa oggettività storica e da una forse eccessiva correttezza politica verso il personaggio, che dopo tutto, come è stato appurato, altro non era che una putain totale che non riusciva a rinunciare alla bella vita.
Dopo una giovinezza agitata, la giovane russa Maria Nikolaevna O’Rourke riuscì a sposare il conte Vassili Tarnowski e a entrare nella nobiltà d’Europa. Lei adorava far girare gli uomini come un anello intorno al mignolo. Di questo gioco pericoloso alcuni erano consapevoli e ne uscirono vivi, altri ci persero chi del denaro, chi gli arti (un tale Alexis si sparò nel palmo della mano sinistra, davanti a lei, per dimostrarle il suo amore), chi la vita, suicida oppure ferito a morte dal marito geloso (inspiegabilmente geloso: la tradiva pure lui).
Dopo il prevedibile divorzio, Maria non mise la testa a posto: avida di agi e di lusso, passò un breve periodo di difficoltà economiche prima di mettere a punto il suo piano. Si era procurata diversi amanti di diversi tipologie, dal timido e soggiogabile al ricco e possessivo che voleva portarla all’altare, tutti interessati a quel «vivente oggetto di lussuria che io incarnavo di fronte alla società maschile di mezza Europa». Li mise uno contro l’altro, elaborò, brigò, si lasciò soggiogare, si vendette, istigò, tradì e circuì: l’idea di fondo era far uccidere da uno dei suoi amanti il futuro ricco marito, per ereditarne il denaro. La cosa andò quasi in porto, in un modo però parecchio ironico che lasciamo scoprire a quel lettore che già non lo sappia. Furono arrestati tutti.
In aula, durante il processo, attirati dalla morbosità della vicenda, sfilarono il duca d’Aosta, Carducci, la Vivanti, d’Annunzio e molti altri. A ogni udienza, mezza Venezia si recava a guardare il passaggio dell’imbarcazione che portava «la puta assassina» alla Corte d’assise. E fin dentro la storia, già ben nutrita, delle dark ladies.
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