C'è un momento, nella letteratura del mito, in cui gli eroi smettono di essere figure leggendarie e tornano a essere creature vulnerabili, infilzate dagli stessi desideri, errori e abissi che paralizzano ogni essere umano. È il territorio in cui si colloca Al di là della carne di Elisabetta de Dominis, (Nino Aragno Editore, pagg. 228, euro 28) un libro che prende le mosse dall'universo arturiano per trasformarlo in un'indagine sull'amore e sull'eterna incomprensione tra il maschile e il femminile. Merlino e Viviana, la Dama del Lago, sono i protagonisti di un doppio monologo che costituisce l'ossatura dell'opera. Non assistiamo alle imprese cavalleresche di Camelot né alle vicende della Tavola Rotonda, ciò che interessa all'autrice è il paesaggio interiore dei personaggi, la geografia invisibile dei sentimenti. Merlino e Viviana raccontano la stessa storia da prospettive diverse, rincorrendosi in un dialogo impossibile che diventa metafora universale della relazione amorosa.
È un andamento quasi teatrale che fa diventare la scrittura confessione. Le voci cercano strada da una dimensione sospesa, fuori da tempo e materia. Qui la carne non viene negata, al contrario viene attraversata per raggiungere qualcosa che la supera. L'eros, nelle pagine di de Dominis, non è mai semplice sensualità: diventa linguaggio simbolico, ricerca di un'unità che appare disperatamente desiderata e continuamente mancata.
Ed è forse proprio in questa ferita che il romanzo trova la sua nota più intensa. Perché tra Merlino e Viviana non si consuma solo una storia d'amore, ma una tensione incessante verso l'altro che nessuna vicinanza riesce davvero a soddisfare. I loro corpi si cercano come approdi e allo stesso tempo come naufragi. Si sfiorano sul confine sottile dove il desiderio promette la fusione e la coscienza riafferma la propria irrimediabile solitudine. In queste pagine l'amore non ha nulla di consolatorio: è una forza che illumina e ferisce, che avvicina e separa. È la vertigine di riconoscersi nell'altro e scoprire, nell'istante della massima prossimità, una distanza impossibile da colmare. Il merito maggiore del libro risiede nella capacità di restituire vitalità a figure millenarie. Il mito celtico non è oggetto di ricostruzione archeologica: è materia viva, pulsante, carnale. E de Dominis la usa per raccontare questioni che appartengono all'oggi. Merlino e Viviana diventano archetipi e, da lì, parlano delle relazioni contemporanee, del bisogno di fusione e della persistente distanza che separa due coscienze innamorate.
Elisabetta de Dominis scrive in una costante tensione lirica. Le immagini hanno un respiro visionario, alimentato dalla familiarità dell'autrice con la tradizione mitologica. Più che raccontare una storia, il libro costruisce un'atmosfera, un paesaggio dell'anima nel quale il lettore è chiamato senza difese. Il desiderio è qualcosa che precede i protagonisti e li attraversa. L'impressione è che Merlino e Viviana non parlino solo per sé stessi, ma per tutte le coppie che si sono amate senza riuscire a possedersi davvero, per tutti coloro che hanno cercato nell'altro una risposta assoluta trovando invece un enigma ancora più profondo. È qui che il mito diventa uno specchio sorprendentemente fedele delle inquietudini moderne. Non stupisce che l'opera nasca dalla passione dell'autrice per la mitologia. Giornalista professionista, firma culturale del quotidiano Libero e columnist de La Voce di New York, de Dominis affianca all'attività giornalistica un percorso di studio che comprende la mitologia, una laurea in giurisprudenza e un master in sessuologia. E qui tutto è tenuto in perfetto equilibrio. Al di là della carne si colloca in una zona di confine tra narrazione, poesia e riflessione simbolica.
Sceglie la strada meno battuta della reinvenzione del mito per interrogare una domanda antica: è possibile che l'amore sopravviva alle sue stesse contraddizioni? La risposta che il libro suggerisce non è definitiva. Proprio per questo continua a risuonare, oltre l'ultima pagina. E cioè quale sia il prezzo che ogni amore deve pagare per tentare di oltrepassare il confine della carne.