In questa estate torrida all'Ulisse Fest di Genova (l'11 luglio dalle 16 presso Palazzo Tobia Pallavicino) ci sarà un incontro dedicato ad uno scienziato abituato a vivere in un clima ancora più estremo, ma posizionato all'opposto della scala del termometro: -80°. Marco Buttu, 48 anni, ingegnere elettronico esperto di astronomia e telescopi, ha partecipato a tre spedizioni annuali (36 mesi) nella stazione di ricerca Concordia, situata al polo sud a 3mila metri di quota, sopra i ghiacci. La base, infatti, si trova nell'Altopiano Antartico, il luogo più estremo al mondo: 100 giorni di fila senza sole, temperature che scendono sotto i -80°, carenza di ossigeno, aria estremamente secca e totale assenza di forme di vita. Per 9 mesi l'anno la stazione è completamente irraggiungibile, rendendo il team che la abita in quei mesi il gruppo umano più isolato al mondo, senza possibilità di soccorso. Proprio per questo l'Agenzia Spaziale Europea studia i membri di queste missioni per capire come il corpo si adatti a un ambiente simile a quello extraterrestre.
Buttu, la base Concordia è un progetto italiano e francese. Perché è così importante da un punto di vista scientifico?
«La base Concordia ha una serie di particolarità. Nell'altipiano antartico ci sono solo tre basi permanenti una è Concordia le altre sono quella Russa e quella statunitense. Concordia è l'unica gestita in cooperazione. Ha condizioni irripetibili per tutta una serie di ricerche. Ad esempio per l'astronomia. l'aria secchissima consente osservazioni perfette e poi è notte per tre mesi di fila, un certo tipo di osservazione può essere svolto solo lì».
Alla Concordia non fate solo ricerca «esterna». I ricercatori sono essi stessi oggetto di studio proprio perché sono sottoposti a condizioni estreme...
«La temperatura può scendere sino a meno 8o gradi, per tre mesi c'è buio assoluto come dicevamo, c'è carenza di ossigeno per la quota, e per nove mesi durante l'inverno australe la base è totalmente autonomia e non può essere raggiunta da nessuno. Quindi c'è un piccolo gruppo umano che deve essere capace di convivere e affrontare ogni tipo di emergenza... Le condizioni sono molti simili a quelle che dovranno affrontare gli astronauti in una possibile missione extraplanetaria. Quindi l'agenzia spaziale europea manda un medico che fa parte del team per capire come questo ambiente influisce sui membri della missione».
Come si affronta il senso di isolamento?
«C'è una preparazione con una psicologa. C'è una selezione e una preparazione. Quello a cui ci si deve preparare è una vita di comunità. Io personalmente mentre sono lì penso unicamente alla missione, sto dentro la bolla. Nella prima spedizione non avevamo nemmeno internet e il cellulare. ERa un distacco totale».
Meglio appigliarsi al ricordo del mondo fuori o davvero centrarsi solo sulla base?
«Non mi appiglio mai al fuori. Non posso mettermi a pensare all'estate italiana, al mare, a casa, mentre ci sono tre mesi di buio a -80°. Mi concentro solo sulla condizione in cui sono, non sulla mancanza degli amici e della famiglia».
Stiamo parlando di una condizione di gelo mentre siamo in un'estate torrida. Quanto ci condiziona il clima?
«La temperatura è in assoluto la variabile più importante in un ambiente in cui si deve vivere, muoversi, lavorare. Se cambiano le condizioni climatiche l'esistenza diventa immediatamente meno confortevole o impossibile. Non c'è molto da spiegare, è per questo che la questione del mutamento climatico ha un peso assoluto».
Quanto tempo è possibile resistere all'esterno della base Concordia in pieno inverno artico?
«Moltissimo dipende dal vento, diciamo che in inverno il collo di bottiglia, anche se si fanno attività di movimento, è di due ore, due ore e trenta. L'unico mezzo meccanico che utilizziamo fuori è una pala meccanica modificata. Serve a spostare la neve che sciogliamo per produrre l'acqua».
Cosa l'ha spinta a tornare tre volte in una ambiente così estremo?
«Forse il
mettermi alla prova. Diciamo che è come il mal d'Africa. In situazioni così estreme o si vuole non tornare mai più oppure l'adrenalina che si prova fa venire voglia di farlo ancora, infondo sembra di essere gli eroi di un film».