Man mano che proseguono le operazioni di soccorso, le dimensioni del disastro che ha colpito il distretto di Rasuwa in Nepal sono ancora più impressionanti. «È una corsa contro il tempo» per salvare vite umane, ripetono organizzazioni come Save the Children. Come si temeva, il bilancio si è aggravato nel corso della notte ed è improbabile che sia definitivo: 392 morti e oltre 1.400 dispersi. Non solo nepalesi: sono infatti oltre 667 i turisti stranieri di cui non si hanno notizie e la speranza è che siano sopravvissuti ma non in grado di comunicare a causa dei danni alle linee telefoniche che hanno lasciato numerose aree prive di copertura. Secondo l’ente del turismo nepalese, tra le quasi 30 nazionalità presenti nel paese asiatico il gruppo con i maggiori dispersi resta quello degli indiani (178, ma New Delhi ne stima 290), seguito da statunitensi (65, perWashington 90), ucraini (53), australiani(35) e inglesi (33). Almeno tre gli italiani dispersi.
Ma le operazioni di soccorso non lottano contro il tempo solo per salvare vite, ma anche per farlo prima di una catastrofe. Il pericolo arriva da un lago naturale che si è formato dall’accumulo di materiali scesi a valle nei pressi della confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo, nella conte di Gyrong inCina. Secondo il ministero cinese delle Risorse idriche, ieri mattina il bacino conteneva circa 2milioni di metri cubi d’acqua ed è già in parte tracimato. Nei prossimi tre giorni sono attesi altri 3 milioni di metri cubi d’acqua, una quantità che potrebbe aumentare significativamente la pressione sullo sbarramento e quindi le probabilità di un cedimento.
Intanto, dopo l’indicazione del Servizio Geologico degli Stati, anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia italiano conferma che il sisma di magnitudo 4.4 registrato ieri è stato una conseguenza della frana e non la causa. Si rafforza invece l’ipotesi che il disastro sia stato causato dal distacco di un blocco di ghiaccio (da circa 10 milioni di metri cubi) a causa dello scioglimento del permafrost in alta quota. Durante la caduta ha trascinato rocce, sedimenti, alberi e tutto ciò che incontrava sul proprio percorso, trasformandosi in una violenta colata di fango e detriti, aumentando progressivamente di volume e potenza. Viste le temperature particolarmente alte in questa stagione e la coincidenza con la stagione dei monsoni, l’intera zona continua a restare sotto osservazione.
Nel frattempo la macchina dei soccorsi e della solidarietà internazionale si sta muovendo a pieno regime. L’Unicef ha lanciato un appello per raccogliere 17,2 milioni di dollari per portare viveri, ripari e medicinali alla popolazioni soprattutto ai bambini: secondo l’agenzia Onu almeno 17mila minori stanno subendo le conseguenze del disastro.
L’Oms segnala che oltre 10mila famiglie hanno bisogno di assistenza medica immediata. Il Dipartimento di Stato americano ha messo a disposizione 500mila dollari di aiuti, mentre dall’Unione Europea arriva un milione di euro «per fornire cure sanitarie urgenti, cibo, acqua e riparo». Aiuti per 5 milioni di sterline sono già stati stanziati dal Regno Unito.
Dall’India sono già state inviate oltre 37,5 tonnellate di aiuti umanitari. Un appello a pregare per le vittime e a fare tutto il possibile per aiutare i civili è arrivato da papa Leone XIV e dal Dalai Lama. Intanto il segretario generale dell’Onu Guterres avverte che il ritiro dei ghiacciai dell’Himalaya potrebbe causare un esodo di milioni di persone.
