Steve McCurry: "La mia Africa? Fotografo l'attimo e trovo l'anima"

Il grande reporter americano Steve McCurry immortala la campagna charity sugli occhiali di Etnia Barcelona

Steve McCurry: "La mia Africa? Fotografo l'attimo e trovo l'anima"

David Pellicer Ramo smette di studiare a 17 anni per aiutare i genitori che hanno una piccola fabbrica di occhiali con annesso negozio di ottica entrambi in crisi nera. Sei anni dopo, nel 2001, fonda Etnia Barcelona, un marchio indipendente prodotto in Asia e quindi a prezzi competitivi e soprattutto diverso dagli altri. Fino a quel momento le montature sono prodotte in tinte neutre come nero o marrone, ma lui prova la strada del colore e nel 2003 lancia il modello Ibiza in tinte fluò: è un successo. Da allora Etnia Barcelona diventa un fenomeno a parte nel mondo dell'occhialeria, un marchio collocato sulla linea di confine tra moda, arte e design. In più da qualche tempo realizza progetti speciali con personaggi e interpreti della cultura contemporanea. Il primo è stato con l'artista e fotografo giapponese Noboyushi Araki, il secondo con la fondazione di Yves Klein (sono gli unici al mondo a poter usare il celebre blu a livello ufficiale) e adesso con Steve McCurry, il grande fotografo americano autore del ritratto della ragazza afgana pubblicato sulla copertina di National Geographic nel 1985. Per la nuova collezione intitolata Wild Love Africa (in vendita da giugno devolvendo il 2% del ricavato all'Africa Rising Fundation fondata da Ndaba e Kweku Mandela), McCurry ha realizzato uno straordinario reportage in Sudafrica. Ce ne parla in questa intervista in esclusiva per il Giornale.

Come è stato contattato da Etnia Barcelona e perché ha accettato la loro proposta?
«Quando mi sono incontrato con le persone del brand ho subito sentito che questo sarebbe stato un progetto affascinante. Inoltre conoscevo il lavoro che Noboyushi Araki aveva fatto per loro: magnifico. Mi piaceva anche l'idea di scattare il reportage in Sud Africa. Insomma non ho avuto dubbi».

Quali sono le differenze tra la vita in Africa e quella in Asia che possono essere catturate con un click?
«Ce ne sono moltissime. Le più macroscopiche riguardano come si adornano le persone. In Africa tendono a mettersi addosso cose e colori che non vedi in nessuna altra parte al mondo. Mescolando tutto questo con panorami irripetibili e vita primitiva si ottiene un'inconfondibile immagine africana».

Con quali problemi tecnici e morali bisogna confrontarsi in un reportage dall'Africa?
«Non mi sembra che in Africa ci siano problemi diversi da quelli che s'incontrano in qualunque altra parte del mondo. E poi bisogna sapersi adattare: ogni grana ha la sua soluzione. Ho iniziato a lavorare come fotoreporter in Afganistan nel 1978, durante la guerra sovietica. Per passare inosservato mentre lavoravo dovevo vestirmi con abiti locali e per portare i rullini fuori dal paese li cucivo dentro ai vestiti».

Il suo ritratto della ragazza afgana racconta meglio di mille parole la storia recente dell'Asia. Se dovesse rappresentare l'Africa con un ritratto ccosa sceglierebbe: una persona, un animale, un albero, un paesaggio oppure cosa?
«Quando faccio un ritratto aspetto sempre il momento giusto per cogliere il soggetto di sorpresa. Mi piace cogliere l'attimo fuggente in cui sul viso di una persona affiorano l'essenza della sua anima e delle sue esperienze».

Poi Steve McCurry ci ha mandato una foto che ha scattato in Etiopia e che non vuole divulgare più di tanto anche se lui stesso dice di trovarla «forte e allo stesso tempo rappresentativa dell'Africa contemporanea». Si vede una ragazza con il cranio rasato e i lobi delle orecchie mostruosamente allungati dall'uso precoce di pesantissimi orecchini tribali. È bella da fermare un orologio: occhi enormi, lineamenti perfetti, curve flessuose sul corpo sottile seminudo. In lei c'è qualcosa di struggente e misterioso, l'essenza inafferrabile del continente nero.

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