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"La mia musica sa di Italia. Così dalla periferia di Milano ho conquistato l'America"

Il direttore della National Symphony Orchestra: "Sono di Sesto San Giovanni, lì ho imparato esuberanza e impegno"

"La mia musica sa di Italia. Così dalla periferia di Milano ho conquistato l'America"

La musica come educazione all'ascolto, in un mondo sempre più urlato, la partitura letta come un testo sacro, la perfezione come obiettivo irraggiungibile, eppure al quale tendere, l'importanza del rapporto col pubblico e il lavoro in solitudine. Gianandrea Noseda, milanese di Sesto San Giovanni, classe 1964, nel raccontare sé stesso ha la capacità, rara, di mettere l'interlocutore a proprio agio, senza far pesare il suo essere «uno dei direttori d'orchestra più ricercati al mondo», come sostengono i critici americani.

Dal 2017 ha portato la sua italianità e la sua milanesità sulle rive del Potomac, a Washington, come direttore della National Symphony Orchestra, che ha appena annunciato l'estensione della sua collaborazione fino alla stagione 2026-2027. E non è un caso, se è vero che il New York Times gli ha riconosciuto di aver fatto fiorire l'orchestra in questi anni, e se i risultati al botteghino testimoniano l'apprezzamento per le sue performance. Lo abbiamo incontrato al termine di tre serate sold out al Kennedy Center, nelle quali Noseda ha diretto la Nso nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Brahams, con il fenomeno sudcoreano Seong-Jin Cho, e poi ne La Sinfonia n. 3, la Renana, di Schumann.

Maestro, lei negli Stati Uniti ha diretto, tra l'altro, alla Metropolitan Opera House di New York e la Chicago Symphony Orchestra. Quanto hanno contato, appunto, la sua italianità e la sua milanesità nel suo successo americano?

«L'italianità qui è sempre vista con interesse, con simpatia. In genere, in America c'è una un'apertura nei confronti di tutto ciò che di bello viene dall'Italia. Nel nostro campo, quello della musica classica, l'Italia è ancora insuperata. C'è questa ereditarietà, che comunque noi italiani abbiamo respirato e poi ci aggiungerei una certa preparazione al lavoro. Un'abitudine all'impegno, un'etica del lavoro a cui sono stato educato, essendo cresciuto a Sesto San Giovanni e gravitando sempre intorno all'orbita milanese. E poi, direi anche un senso della bellezza e della cantabilità della nostra lingua, che io cerco anche di riprodurre nei miei fraseggi musicali. Quindi, penso ad una combinazione di libertà, esuberanza ed energia nei concerti, e una disciplina, qualità che non sempre viene riconosciuta a noi italiani, e una tecnica molto accurata nel momento delle prove. Credo che questa sia stata la combinazione vincente dal punto di vista musicale».

Ecco, la musica. Che ruolo può avere oggi, in un mondo che è tornato ad essere diviso da muri ed è sempre più polarizzato, sia globalmente che all'interno delle singole società?

«Credo che la musica classica, quella di cui mi occupo io, abbia il pregio di potere invitare le persone ad ascoltare, prima di rispondere, di spingerle ad un atteggiamento di apertura, perché una persona che ascolta si apre al discorso dell'altro. C'è anche un riappropriarsi un po' dei propri tempi, la libertà di poter decidere che per il tempo di una sinfonia ci sia la possibilità di godere o anche di annoiarsi, ma di non dovere necessariamente rispondere a qualsiasi tipo di sollecitazione esterna, come invece avviene a tutti noi oggi».

Maestro, lei ha mai avuto la sensazione, la benedizione, direi, di aver pensato: ecco, ho raggiunto la perfezione, secondo me ho interpretato esattamente quello che c'era nella testa del compositore, o questa è una chimera?

«È più che una chimera. È un obiettivo, è una tensione emotiva e anche spirituale, ma non mi è mai capitato di dire, ho raggiunto la perfezione. Anzi, oserei dire che l'obiettivo non è neanche la perfezione, ma quello di una migliore conoscenza, di quello che si può raggiungere con una migliore consapevolezza».

In una sua intervista lei disse che la parte più importante del suo lavoro è a casa, da solo.

«Sì. C'è una parte pubblica della nostra attività, quella della performance. Però quello che ci identifica è l'approfondimento di ciò che si fa, il fatto musicale, per poter dare il massimo risultato. È il lavoro a casa, da soli, con la partitura davanti a noi. Quello è il mio modo di entrare in contatto con il messaggio che il compositore ci ha lasciato, quello è il momento intimo, quando la partitura mi parla e io devo cercare di ascoltarla, sapendo che poi è difficile comprenderne tutto il significato, sapere esattamente cosa il compositore volesse comunicarci o volesse tramandare ai posteri. La partitura è un po' come un testo sacro, che ci dice tutto e qualche volta ce lo dice anche in maniera allegorica, usando dei simboli».

Che differenze ci sono tra il lavorare in America, in Europa o in Italia?

«Differenze musicali non molte, nel senso che comunque io mi interfaccio e mi relaziono sempre con degli artisti che sono di alto livello qualitativo. L'obiettivo è comunque quello di andare sempre il più possibile a fondo del pezzo che si esegue e questo è comunque l'atteggiamento che tutti i musicisti in giro per il mondo hanno. C'è questo senso di responsabilità e di umiltà, perché alla fine noi dobbiamo essere servi della musica. Quindi, quando si rispetta la musica e la si serve con tutto il nostro talento. Quello è un obiettivo che c'è a Madrid, a Roma, a Milano, a Parigi, a Londra, a Tokyo, ovunque».

E invece nel rapporto con le istituzioni?

«In Europa c'è più la coscienza che il lato culturale, artistico debba essere più connesso allo Stato, quindi finanziato con soldi pubblici. Qui in America il sostegno pubblico non arriva al 5%, quindi il resto deve essere supportato dalla comunità, cioè tramite donazioni che poi vengono dedotte dalle tasse».

Qual è secondo lei il sistema più efficace?

«Forse la soluzione andrebbe ricercata in un sistema misto. La mia mentalità è comunque italiana, europea. Penso dovrebbe esserci una quota maggioritaria da parte dello Stato, con un sistema misto dove ci sia la possibilità di coinvolgere il privato in certi progetti di alto profilo».

Lei qui a Washington fa anche un lavoro rivolto a quella che gli americani chiamano la «community», la comunità, con un impegno nelle scuole, dove sono spesso presenti ragazzi delle fasce sociali forse più distanti da questo mondo musicale.

«Tutte le scuole hanno delle orchestre e io vado a fare magari mezz'ora ora di prova e poi mi fermo per una sessione di domande e risposte. Ho anche diretto un'orchestra di ragazzi tra gli 8 e 12 anni, suonando la Seconda di Brahams. Io cerco di farlo non solo come direttore musicale della National Simphony Orchestra, ma come individuo. Il problema è che ho solo il sabato mattina libero e dovrei farlo più spesso, ma quando sono a Washington, il più delle volte ci riesco».

Ed è questa una chiave per avvicinare un pubblico più giovane alla musica classica?

«Diciamo che i migliori ambasciatori dei giovani sono i giovani stessi. Cioè, è difficile che io riesca a convincere qualcuno. Io riesco ad interagire con loro nel momento in cui una decisione da parte loro è stata già presa. Il problema è proprio come fare ad avere quel gruppo di giovani, che poi diventano i veri ambasciatori e portano i loro amici ai concerti».

Quanto è cambiata l'America dalle sue prime esperienze in questo Paese?

«È cambiata molto, mi sembra un Paese che stia cercando di ritrovare una propria pace sociale, un tavolo comune dove potersi veramente incontrare e parlare. Questa idea dell'America che accoglieva tutti si è un po inquinata e va ricostruita. La musica e l'arte potrebbero avere veramente un grosso ruolo in questo, come linguaggio universale, di emozioni che provano tutti gli uomini allo stesso modo».

Maestro, da direttore d'orchestra che consiglio darebbe alla premier Giorgia Meloni, che è la direttrice d'orchestra di un governo che a volte sembra esprimersi con un'eccessiva cacofonia di voci?

«Sono l'ultima persona alla quale chiederlo, anche perché il livello di responsabilità è centuplicato rispetto al mio. Quello che posso dire per la mia esperienza, può sembrare patetico o già sentito, ma comunque è di potere avere la coscienza a posto, la consapevolezza di avere fatto un buon lavoro, magari non il migliore possibile, però un buon lavoro. Ecco, direi la tranquillità d'animo che ci viene data dal cercare comunque di fare un buon lavoro, che per un leader politico è un lavoro di servizio.

Ma in generale, non mi sentirei di dire nulla di specifico, se non un grande in bocca al lupo».

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