"La mia Roma? Troppa tensione. Se non lavoro non la guardo"

Le sue radiocronache degli Europei di calcio sono virali in Rete. Lui confessa la passione giallorossa e dice: "Piaccio perché faccio il tifo"

"La mia Roma? Troppa tensione. Se non lavoro non la guardo"

Per «The Voice» la radiocronaca di una partita non è narrativa, ma ring. Dove si combatte, si suda, si soffre. Anche ascoltarlo è un'esperienza fisica: si va in apnea, i battiti a tamburo dentro il petto, l'urlo che si sovrappone al suo. Francesco Repice è il re dei radiocronisti, l'erede di Carosio e di Ameri, di Gentili e di Cucchi. Un gladiatore del microfono che ha riportato «Tutto il calcio minuto per minuto» al centro della scena alla faccia delle dirette via web e della tv on demand. E che al segnale dallo studio scatena l'inferno.

Ricorda la prima radiocronaca?

«Serie C1, campionato 1978-79, Rende contro Paganese, avevo 16 anni. Trasmettevo per una piccola radio calabrese e non avevamo una postazione allo stadio. Così la domenica precedente la partita andai a pregare la signora che aveva il balcone di casa affacciato sul campo di farmi attaccare il telefono. Si intenerì e mi disse sì. E una domenica sì e una no a pranzo cucinava per me».

La più emozionante?

«La finale di Champions del 2011, Barcellona-Manchester United, tre a uno per i catalani. Dopo il tumore Abidal non doveva nemmeno essere lì, invece aveva la fascia di capitano e Puyol gli fece alzare la coppa. Grande lezione di calcio e di umanità».

La più triste?

«La più dolorosa fu quella del febbraio 2007 tra Catania e Palermo dove perse la vita l'ispettore Filippo Raciti. Ero solo e nessuno poteva raccogliere informazioni per me, un collega mi disse della tragedia. Fare quella radiocronaca fu sconvolgente».

La più difficile?

«Una Confederation cup in Brasile, amichevole dell'Italia di Prandelli, Estádio São Januário del Vasco de Gama, in mezzo alle tre favelas più grandi di Rio. Ero con Riccardo Cucchi: la nostra postazione era una specie di ballatoio con i calzini e le mutande appese con le mollette e due fili elettrici. Ci siamo arrangiati».

Le è mai capitato di scambiare un giocatore per un altro?

«È un classico. L'ultima volta quando qualche settimana fa l'Empoli ha battuto la Juventus a Torino. Ho detto gol di Caputo e invece era Mancuso. E sì che lo sapevo. Ma se un nome ti rimane in testa a volte ti frega: ho chiesto scusa».

Il gol più emozionante?

«Uno scavino di Totti in Champions che mi mandò in sollucchero. Ma anche quello di Chiesa alla Spagna agli Europei mi ha esaltato».

Che squadra è la squadra di «Tutto il calcio minuto per minuto»?

«Una squadra tecnicamente fortissima con ragazzi fantastici per bravura, competenza, applicazione».

Il migliore?

«Manuel Codignoni ha una ricchezza di vocabolario straordinaria. Ma la numero uno è Manuela Collazzo, una delle più grandi narratrici del nostro tempo».

E non è certo la prima...

«Nicoletta Grifoni è stata la nostra Maradona: bravura mostruosa, talento straripante».

Meglio Ameri o meglio Ciotti?

«Come dire: meglio Messi o meglio Ronaldo? Unici e irripetibili».

Da piccolo li ascoltava?

«Come tutti. Ricordo Ameri in un Juventus-Roma: intervenne per dire che Turone aveva segnato ma in fuorigioco. Io ero a Torino, con la cuffietta nelle orecchie e dissi: ahò, ma quale fuorigioco? Un'ingiustizia che non riesco a digerire ancora oggi».

Ma «Tutto il calcio» non è ormai fuori moda?

«Al contrario: è tornato prepotentemente di moda. E le nuove tecnologie esaltano la radio che ha il merito di non farsi inseguire come la tv: come un'amica ti accompagna al cinema, in auto, quando porti i tuoi ragazzi a giocare a pallone e le tue bambine ai giardinetti».

Ma senza immaginazione ormai che calcio è?

«Il calcio è cambiato ma il modo migliore di vedere una partita resta sempre al campo con le cuffiette».

Il numero uno dei radiocronisti?

«Victor Hugo Morales. Raccontò il gol di Maradona contro l'Inghilterra del 1986 senza nemmeno usare parole. Un mostro di bravura. Una volta durante la finale di Libertadores Boca-River a Madrid, lo vidi, mi avvicinai, stavo per chiedere una cosa e lui: ciao Francesco, come stai? Mi conosceva. Per me fu come un gancio sinistro al mento di Joe Frazier».

Lei è stato curvaiolo.

«Per una vita. Portavo gli striscioni allo stadio, andavo in treno dappertutto. Per questo ho sempre grande rispetto per il mondo delle curve».

Ma lì ci scappò il dramma...

«Finale di Coppa dei Campioni 1984, la giochiamo in casa con il Liverpool e la perdiamo ai rigori. Una catastrofe che non auguro al mio peggior nemico. Dopo sette ore in curva ero distrutto, come catatonico. Sapevo che un'occasione così non sarebbe tornata mai più».

E il giorno dopo...

«Avevo l'esame universitario di Diritto civile. Risposi ai professori con tanta e tale rabbia che penso me l'abbiano regalato per paura».

Anche come telecronista però...

«Juventus-Roma 2001, partita chiave per lo scudetto, ero a bordo campo, soffrivo l'inferno anche se raccontavo la partita in maniera algida. La Juve segna due volte, li rimontiamo. A fine partita corro in campo tra Batistuta e Totti facendo il gesto delle orecchie ai tifosi della Roma. Ma c'era un fotografo di Tuttosport...».

E allora?

«La mattina dopo mi chiama il mio redattore capo Marco Martegani che mi dice con voce tetra: vai a vedé che razza di capolavoro hai combinato Su Tuttosport c'era la mia foto con un titolo: Radiocronista Rai fa festa con la curva. Sprofondai. Credevo che la mia carriera fosse finita prima ancora di cominciare».

Sua moglie però è laziale...

«Sì, ma questo non ci ha impedito di avere relazioni civili... (ride) Ma nella finale di Coppa Italia 2013 vinta dalla Lazio sulla Roma sembro laziale. Ho esaltato il gol di Lulic come se fosse un gol della Roma».

La Roma però...

«Non la posso vedere...».

In che senso?

«Se non sono obbligato alla radiocronaca non la guardo perché vado troppo in agitazione, mi chiudo in casa da solo, sbarro porte e finestre. I miei nipoti Francesco e Simone però, romanisti come me, che abitano al piano di sotto del mio, li sento quando urlano. Mia figlia a volte chiede ma che è successo? E mia moglie: non vedi che tuo padre sta immobile, terreo, non parla...».

Amici tra i calciatori?

«Nessuno, me lo sono imposto. Semmai sono loro che vogliono fare amicizia con me».

Però ha scritto un libro su Totti...

«Lui è una divinità. E con gli dei non si può essere amici».

E problemi con i calciatori?

«Due o tre anni fa dissi che Ciro Immobile, secondo me, non aveva una dimensione internazionale. Lui, con una gentilezza, un garbo e un'educazione rare, mi disarmò durante una chiacchierata in un aeroporto. Ho preso una bella lezione, da un ragazzo meraviglioso di grande dolcezza. Ecco, di Ciro mi piacerebbe essere amico».

Ma non si è stufato di raccontare sempre la Juventus campione?

«Scudetti meritati. La loro ferocia la vedi quando fanno il torello prima della partita. Gli altri scherzano e ridono, loro rischiano di spaccarsi le gambe. La differenza è tutta lì».

Ma è vero che Cosenza e Tropea si contendono i suoi natali?

«Io sono nato a Cosenza, come mia mamma, mio padre era di Tropea. Sono due pezzi della mia anima. A Cosenza ho fatto il liceo, a Tropea vado tutte le estati».

Cosa sognavano i suoi per lei?

«Mio papà Salvatore mi voleva deputato. Aveva un calzaturificio a Luzzi, in provincia di Cosenza, anche Clinton comprava scarpe da noi. Mandava dei pulmini che facevano il pieno di scarpe e poi volavano alla Casa Bianca. Mia madre Maria invece voleva solo che fossi felice».

Il vero idolo però era lo zio.

«Mio nonno ferroviere aveva nove figli. Il primo era zio Rocco, partigiano di Giustizia e Libertà, spirito libero e ribelle. Venne tradito da una donna e fucilato poco più che ventenne dai fascisti a Cuneo il 26 novembre del 1944. C'è una lapide sia lì che a Tropea. Lui è sempre stato il mio eroe anche se non l'ho mai conosciuto. Era bellissimo, moro, con i baffi e gli occhi scurissimi, lo chiamavano il Principe dei gagà perché era elegantissimo. Era una famiglia umile, il primo che si alzava metteva la camicia. Se l'è sempre meritata».

E Francesco cosa sognava?

«Di giocare a pallone come tutti i bambini. Ma non avevo nessun numero per farlo a parte il 10 sulla maglia come Totti. Così in Prima Categoria ho detto basta».

È vero che il suo primo direttore è stato Sergio Mattarella?

«Era il direttore politico del Popolo. Un uomo di pochissime parole, dette a bassissima voce, ma quelle poche erano sentenze: quando diceva non sono convinto doveva bastarti. E cambiare tutto».

E che il suo primo scoop è stata l'intervista a un brigatista rosso?

«Germano Maccari, uno dei sequestratori di Aldo Moro. Stava andando nell'aula bunker di Rebibbia, lo avvicinai per il Gr1 e gli dissi: senti, me le dici due cose? E lui in diretta per un minuto e quaranta secondi mi raccontò di quel sequestro, di Moro infilato in una cesta, del primo colpo che si era inceppato...».

Lo sa di essere una star, vero?

«Star mi pare impegnativo. Credo che molti mi amino perché vivo le partite, faccio il tifo, non riesco ad astrarmi, a volte non ci dormo persino di notte. Se non mi emozionassi del resto non farei questo mestiere».

Agli Europei di calcio ci ha esaltato. Il momento più tragicomico?

«Il rigore di Jorginho contro la Spagna, quello decisivo. Stavo per dire ora dagli 11 metri Jorginho che i rigori non li sbaglia mai, ma mi sono morso la lingua. Così ho cominciato a dire Jorginho e basta, Jorginho e basta, Jorginho e basta. Per sette volte. Ma l'ha messa dentro».

Cosa ci ha insegnato l'Italia?

«Che più del talento, anche se questa squadra ha tantissima qualità, conta la voglia, lo stare bene insieme, lo stare bene fisicamente. Conta saper fare squadra per raggiungere un obiettivo. Puoi avere tutto il talento che vuoi ma se non hai la forza di volontà per tradurlo quel talento è come non averlo».

Quasi una lezione per il Paese.

«L'Italia del calcio ci ha ricordato quello che siamo: una nazione forte piena di ingegno, talento, forza di volontà. E che sa sconfiggere, se vuole, ogni avversità».

Soprattutto dopo un anno così.

«È stata come un resurrezione dopo un anno e mezzo infame. Hanno avuto lo stesso impatto sul Paese dei ragazzi di Bearzot».

Addirittura?

«Quando lavorava con noi Paolo Rossi si stupiva, con quel suo sorriso di eterno ragazzo, che la gente lo fermasse ancora alla dogana per chiedere una foto o un autografo».

E lei cosa gli rispondeva?

«Gli dicevo: ma tu non ti rendi conto di quello che hai fatto nel 1982. Tu non hai solo deciso un Mondiale, tu hai riportato gli italiani per strada dopo gli anni di piombo».

Che lei ha vissuto da ragazzo.

«La mia generazione viene da quegli anni devastanti, le nostre mamme avevano paura a farci uscire di casa perché rischiavi una coltellata, una pallottola, di morire in piazza per una bomba. Gli azzurri di Bearzot fecero la rivoluzione».

L'anno prossimo i mondiali...

«Sono calabrese e scaramantico non mi faccia dire niente...».

Però?

«Credo e spero sia nato un ciclo. E se vai ai mondiali a questo punto devi andare per vincerli».

E lei, fare altro? Un altro programma, andare in video...

«No, la radio è il massimo. Faccio il mestiere più bello del mondo. Non ne sogno un altro».

E da grande cosa vuole fare?

«Andare a cavallo. Ho cominciato a fare reining, sono gare da cowboy che guidano le mandrie nelle praterie del West. Fortuna che nessuno lì fa le radiocronache».

Tutto qui?

«E poi pescare per ore sulla mia barca, al largo, la radio accesa su Tutto il calcio minuto per minuto...».

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