A Milano: cento alunni, 27 etnie, 6 italiani

MilanoAlle 8.30 in punto la signora Concetta ha già fatto il suo bilancio. Non ha nemmeno bisogno di aspettare che suoni la campanella per vedere se per qualche motivo la situazione quest’anno è cambiata. Tiene stretta la mano di suo figlio e lo accompagna all’ingresso. «Come si trova qui? Male e come potrebbe essere diversamente. È l’unico italiano nella sua classe». Benvenuti all’elementare Lombardo Radice in via Paravia a Milano, nel cosiddetto «quadrilatero di San Siro» dove la percentuale di immigrati sfiora il 100 per cento dei residenti. E dove gli alunni italiani iscritti in questa scuola statale sono un pugno di mosche bianche che si contano su poche dita.
Sei su cento per la precisione, mettendoci dentro anche gli ultimi arrivati, quelli che hanno presentato domanda a luglio e quelli che si iscriveranno nei prossimi giorni. Come Denis, madre italiana e padre turco. Se non c’era lui, in prima elementare oggi si sentirebbero soltanto le cadenze dell’arabo, del portoghese e del cinese. Sei italiani fra anime straniere e ventisette etnie diverse, forse qualcuna di più. E questo sì che fa la differenza e non solo per la questione dell’apprendimento didattico.
«Loro hanno un altro genere di cultura rispetto alla nostra, un altro modo di vivere», ripete Concetta. Fosse dipeso solo da lei, il suo bambino l’avrebbe già spostato da qui proprio come hanno fatto le altre mamme dopo i primi anni. Ma poi si affezionano alle maestre e chi ha il cuore di portarli da un’altra parte? Per fortuna Christian va in quinta e l’anno prossimo sarà tutta un’altra storia. «Gli insegnanti sono ottimi, ottimi davvero. Però...». Però i ragazzini fanno fatica a fare amicizia con i compagni, ci sono troppi egiziani e marocchini che parlano solo la loro lingua e magari «rallentano» il programma. Oltre a qualche preoccupazione di altro genere, di sicurezza per intenderci. Come quella volta che venne a prendere il figlio più grande, e lo trovò con un braccio rotto. «Nessuno mi aveva avvisato e non so come sia successo...». Mirko ha dodici anni e quando ripensa alla sua esperienza in via Paravia scuote la testa. «È andata malissimo. Ci sono troppi marocchini. Ti disturbano e ti dicono le parolacce. Non c’erano bambini italiani con cui giocare».
Appeso alla parete dell’edificio c’è un cartello con la scritta «Scuola elementare mista». Di fronte, dall’altro lato della strada campeggia uno striscione con un appello a caratteri cubitali al vicesindaco Riccardo De Corato: «La sicurezza sono case e lavoro per tutti». Nonna Laura è appena arrivata. Si fa largo in mezzo a un capannello di donne col velo e controlla l’orario di ingresso delle quarte. «Stranieri ce ne sono tanti - sospira -. Nella classe di mio nipote ci sono soltanto tre italiani su non so quanti. Certo, la situazione potrebbe cambiare, ma vista la zona...». Ripete che la mamma di Max è contenta degli insegnanti, le maestre sono eccellenti. «Ma a livello di amicizie non riesce proprio. Una volta usciti da qui, è difficile continuare il discorso fuori». Sonia ha due occhi azzurri che sono due fari. A guardarla così, con i suoi pantaloni giallo canarino e una maglietta rosso fuoco mentre tiene banco davanti ai compagni stranieri, sembra che non abbia nessun problema e che in questo ambiente ci si trovi più che bene. «Nella mia classe, siamo solo in tre italiani. Faccio amicizia solo con alcuni». Giura sua madre che non sono rimasti indietro con il programma scolastico, forse solo qualcosina in matematica. «La materia in cui vado meglio è l’italiano - si intromette Sonia -. Gli altri bambini mi chiedono consigli su come parlare. Sono quasi tutti marocchini e qualcuno del Bangladesh. A me le lingue straniere non piacciono...».
Denis si stringe alla mamma con lo zainetto dei Cavalieri dello Zodiaco sulle spalle che è più grande di lui. Tifa Inter e quando lo dice, tira fuori tutta la voce per farsi un po’ di coraggio prima di entrare in aula. Il primo giorno di scuola non è mica semplice: conoscere le maestre, i compagni, stare in classe per tutte quelle ore lontano da casa. E chissà, forse non sarà semplice nemmeno essere l’unico italiano tra i banchi.