"Ecco gli oggetti che ci hanno cambiato la vita"

Il presidente di Triennale racconta la collezione permanente: «Una saga come Guerre Stellari»

Alla fine è arrivato. Milano ha inaugurato il tanto atteso museo del design. O meglio, «il primo episodio» del Museo del Design Italiano («Parte 1», appunto), che dopo anni di esposizioni temporanee ha trovato casa all'interno della curva della Triennale. Il Museo, che apre oggi al pubblico, racconta una storia che va dalla ricostruzione del dopoguerra fino al 19 settembre 1982, giorno dell'inaugurazione della mostra Memphis. A raccontare questa storia, 200 oggetti come la macchina per cucire Visetta di Gio Ponti, il Sacco di Zanotta, la Up di Gaetano Pesce, la Superleggera di Gio Ponti per Cassina, la Bocca di Studio 65, la radio Brionvega dei fratelli Castiglioni, persino i Moon Boot lanciati nel 1970 dopo lo sbarco sulla luna, i Tratto Pen e il Bidone aspiratutto. Oggetti di uso comune accanto a oggetti-icona entrati nell'immaginario collettivo. Il pubblico cammina attraverso la storia, e «sono gli oggetti a parlare», mentre sulle pareti si accenna agli eventi più importanti di quegli anni, dalla cronaca al cinema. Accanto agli oggetti, i prototipi, gli studi, ma anche vecchie pubblicità, copertine storiche, e poi i Grilli, i telefoni con la vecchia rotella di Zanuso, le uniche cose che tutti potranno, anzi dovranno toccare per ascoltare la genesi degli oggetti dalla voce dell'autore. A raccontarcelo, prima della visita al Museo, è l'architetto Stefano Boeri, presidente della Triennale.

Perché il sottotitolo è Parte 1?

«Perché, come per la saga di Guerre Stellari, è davvero un primo episodio, non ci fermeremo qui: la collezione permanente di Triennale (che conta 1.600 oggetti ndr) è straordinaria ma andrà ampliata e aggiornata, c'è già un lavoro in corso. Entro un mese lanceremo un bando per l'ampliamento degli spazi, impegno che il ministero dei Beni Culturali sta sostenendo con un investimento di 10 milioni. La parte ipogea sarà la più importante, se iniziamo subito sarà ultimata fra due o tre anni e avremo una superficie totale di 6mila metri quadri. Faremo della nostra istituzione il più importante centro internazionale dedicato al design italiano».

Oggi tutti parlano di design: ma cos'è il design?

«È la produzione in serie di utensili complessi dall'alto valore estetico».

E come ha cambiato le nostre vite?

«Totalmente. Parliamo di oggetti che sono diventati catalizzatori di memorie ed emozioni oltre che dei risolutori di situazioni. Forse l'avere riguardato molti oggetti con il codice del design ci ha aiutati a valorizzarli, però erano già parte della nostra vita. Qui ci sono cose che la maggior parte della gente riconoscerà».

Un oggetto del Museo che le è particolarmente caro?

«Un calcolatore del 1973, la Divisumma di Mario Bellini. Un miracolo che porta con sé un mondo di riferimenti: la grande, incredibile e interrotta storia del rapporto tra design, grafica, letteratura, cultura e tecnologia che Olivetti rappresentava e che quell'oggetto esprime in modo straordinario. E ci ricorda che noi siamo arrivati prima di Apple, e quanto siamo stati avanzati in quel periodo in Italia».

In che direzione sta andando oggi il design?

«Verso una grande presenza materica, credo che anche nelle sue forme avanzate si riconosca in un oggetto. Ma va anche verso una dimensione planetaria: abbiamo Paesi che producono e non commercializzano, Paesi come l'Italia che oggi soprattutto commercializzano, Paesi in cui il design è auto-costruito dagli stessi utenti: ci sono molte anime...».

La nuova ala del Museo partirà dal 1982. Cosa succederà?

«Avremo un altro episodio, siamo appena all'inizio. Ma il primo pezzo della collezione è del 1927. Potremmo fare un po' come in Guerre Stellari, fare un primo episodio che riparte da lì...».

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