L'ultima di D'Alfonso: "Vittorio Emanuele? Il corso cambi nome"

Dal coprifuoco sul gelato alla polemica con D&G l'assessore al Commercio si conferma re delle gaffe

L'ultima di D'Alfonso: "Vittorio Emanuele? Il corso cambi nome"

Se ci fosse ancora «La sai l'ultima?», il programma tv di barzellette che per sedici anni ha appassionato gli italiani, l'assessore Franco D'Alfonso sarebbe un campione. Come apre bocca, non si sa mai se c'è da prenderlo sul serio. E se non fosse un esponente importante della giunta di Milano (viene definito l'ideologo del movimento arancione che nel 2011 ha portato alla vittoria il sindaco, certamente è uno dei suoi uomini più fidati), non avesse in mano le deleghe al Commercio da cui dipendono le sorti di negozi e imprese, i settori che trainano la città, davvero ci sarebbe solo da riderci su. Un mese fa sfidava i giornalisti, «voglio vincere il premio “cazzata dell'estate“». Ce l'ha fatta. Ne ha inanellate parecchie ma ieri ha superato se stesso, in un'intervista al Corriere della Sera ha proposto addirittura - se ne sentiva il bisogno - di cambiare il nome a corso Vittorio Emanuele. «Meglio tornare all'antico e nobile Corsia De'Servi - sostiene l'assessore - è mai possibile che nella città più laica e blasonata d'Italia si identifichino con il nome di un re, che peraltro non ha mai amato la nostra città, alcuni dei suoi luoghi più significativi?». Poiché D'Alfonso è anche assessore all'Anagrafe, avrà tenuto conto eventualmente delle conseguenze pratiche? Si tratterebbe di cambiare l'indirizzo a qualche migliaio di residenti, negozi, bar, ristoranti, uffici. Per un revisionismo che di questi tempi non sembra proprio una priorità, almeno per le famiglie che hanno altri conti da fare, prima che con la storia.

D'Alfonso era riuscito a evitare gaffe per un mese buono. L'ultima uscita a metà luglio gli aveva guadagnato la ribalta internazionale. «Niente spazi del Comune a chi evade il fisco, neanche se si chiamano Dolce e Gabbana» aveva detto scatenando la furia degli stilisti che hanno «chiuso per indignazione» tre giorni tutte le loro attività in città, dalle boutique al locale «Gold» di piazza Risorgimento, all'edicola. Giugno è stato il mese del gelato: coni vietati dopo mezzanotte e multa di 450 euro a chi trasgredisce. Il coprifuoco imposto da D'Alfonso è diventato una barzelletta, dopo qualche giorno è scattato il dietrofront ma non ha coperto la figuraccia nazionale della giunta Pisapia. E a maggio aveva sfiorato il licenziamento dopo un'articolo web in cui definiva «incapaci» almeno 20-22 consiglieri su 29 della maggioranza, «non sanno bene cosa fare o che riferimento politico avere». Il Pd ha chiesto la testa dell'assessore, e c'è voluta una delicatissima mediazione di Pisapia per salvargli la poltrona.

E infatti Riccardo De Corato, capogruppo di Fdi, affonda: «Ormai è dimostrato che D'Alfonso può dire quello che vuole tanto con lui il sindaco è steso come un tappetino.

É una macchietta, definirlo ridicolo è già un apprezzamento. Mentre il Comune non sa come chiudere il bilancio e stanga i milanesi aumentando gli abbonamenti Atm, lui fa sparate inutili su Vittorio Emanuele». Allarga le braccia anche il capogruppo del Pdl Alan Rizzi: «Se fossi il sindaco invece di cambiare il nome alla via cambierei l'assessore al Commercio. Dimostrazione che non ha nulla a cui pensare, dopo aver offeso e massacrato i commercianti vuol cancellare un pezzo di storia importate della nostra città, come definirlo se non un folle?».