A Milano torna il sogno di un grande festival jazz

Al via la rassegna che ricalca il format di Pianocity Sul palco tanti big, da Ron Carter a Dave Holland

Luca Testoni

Le grandi città europee, come per esempio Londra o Barcellona, ce l'hanno. Da anni. Di più, da decenni. Che cosa? Un jazz festival degno di questo nome. Un grande evento che faccia da contenitore così come da cassa di risonanza per svariati artisti di altissimo livello della scena internazionale della musica improvvisata (si chiamava così un tempo, no?).

Per dare una risposta in tal senso - o, meglio, provare a farlo -, colmando di fatto un «gap» evidente, ecco, da domani (e fino a martedì 15 novembre), «JazzMi», una kermesse che declina in salsa jazz il format già sperimentato - e con sorprendente successo - come quello targato «Piano City» e «Book City».

Magari non sarà ancora all'altezza di «Umbria Jazz», ma la programmazione (info: jazzmi.it) si avvale di nomi altisonanti, di un cartellone ricchissimo di concerti (un'ottantina in tutto per 320 musicisti coinvolti) e di location diffuse in tutta la città (dal Blue Note al Teatro dell'Arte in Triennale passando per il Pirellone, il Mudec, il Magnolia e il Santeria Social Club, per fare qualche esempio), così come di tantissimi eventi collaterali, tra pellicole jazz, incontri in libreria e nei musei (per esempio, domani al Mudec, lo sperimentatore-improvvisatore Arto Lindsay racconterà il suo incontro con Jean-Michel Basquiat). Perché l'obiettivo degli organizzatori - Teatro dell'Arte e Ponderosa Music&Art in collaborazione con il Blue Note - è di togliere il jazz dalla nicchia dei «soli» intenditori, ma di renderlo il più fruibile possibile. Popolare, accessibile (anche se purtroppo i biglietti non saranno proprio per tutte le tasche) e con un occhio di riguardo alle generazioni più giovani, i cosiddetti Millennials.

Decisamente molto ambizioso, il programma riserva un occhio di riguardo per la scena statunitense e mette assieme vecchio e nuovo che avanza. Nel dettaglio: una leggenda del contrabbasso come Ron Carter (domani sarà lui ad aprire il festival suonando al Teatro dell'Arte) e lo spettacolare cantante Gregory Porter (il 15 al Teatro Nazionale); il trio del contrabbassista Christian McBride assieme all'eclettico sassofonista David Sanborn (per loro quattro show tra domani e dopodomani al Blue Note), Dave Holland (sabato al Teatro dell'Arte con l'Aziza Quartet) e il chitarrista John Scofield (il 9 al Teatro dell'Arte) e prodigi del jazz 2.0 come il tastierista Robert Glasper (il 12 al Teatro dell'Arte) e i trombettisti Jeremy Pelt (il 13 al Blue Note) e Christian Scott (il 5 novembre al Teatro dell'Arte) e, non ultimo, il quartetto Istanbul Sessions (anche loro domani sera in concerto al Santeria Social Club). Perché tutto si può dire, tranne che il jazz non sia un linguaggio sonoro fortemente dinamico. Sarà perché trae la sua forza dall'improvvisazione, ma il jazz ha il movimento nel proprio Dna.

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