"Mio padre Silvio, la guerra e la sua rovesciata eterna"

La figlia del campione del mondo di calcio cura una mostra dedicata alla sua figura: "Ci ha lasciato un insegnamento che è ancora utile"

L'anziano signore racconta: «Durante la guerra ero in un campo di concentramento e, cercando si sopravvivere, provavamo tra internati a conoscerci. Un giorno mi avvicinai a un prigioniero straniero e gli dissi: Io... Italia e lui di getto: Piola!».

Paola, 68 anni, psicologa, porta quel cognome con orgoglio. In lei tutto parla del padre: Silvio Piola, hombre vertical dal profumo epico. Ha gli stessi occhi neri del papà. Quelli del grande centrattacco si illuminavano a ogni gol (320 reti messe a segno tra campionati e Nazionale, record assoluto fra i marcatori italiani); quelli di lei risplendono ogni volta che rievoca le gesta del genitore.

Paola è impegnata da anni in un progetto che, partendo dalla figura di «Piola, il cacciatore di gol», punta a trasmettere ai più giovani il valore del gioco in armonia con l'etica dello sport. Filosofia che Paola sintetizza in un concetto: «Noi adulti dobbiamo avere la pazienza di aspettare. Agonismo e competitività sono fattori di crescita, ma devono maturare a tempo debito». Rispettando il percorso formativo del bambino. Lungo il quale può crescere un campione. Accade raramente. Bisogna crederci. E lottare.

Così la memoria va a un piccolo, nato a Robbio (Pavia) il 29 settembre 1913: Silvio, il suo nome. Esattamente 25 anni dopo, quel «bambino» avrebbe sollevato la coppa Rimet, vinta al mondiale di Francia nel 1938 . Secondo trionfo (dopo il precedente mondiale del '34) entrato nella storia calcistica di un'Italia fascista che scala la vetta della retorica, ignara del precipizio che l'attende. L'Istituto Luce fa risplendere la gloria: il ct degli azzurri, il «tenente» (degli Alpini), Vittorio Pozzo, posa per la foto di rito: nella mano sinistra impugna la statua della Vittoria Alata e con la destra tiene il braccio di un solo calciatore: Piola. Mussolini guarda al nostro attaccante con rispetto. Il regime lo vorrebbe più «organico» ai dettami del partito. Ma Silvio il saluto romano lo fa più per obbligo che per piacere; e il nero non è il colore della sua camicia preferita. Però i gerarchi si accontentano, paghi del fatto che Piola rappresenta agli occhi del mondo un esemplare della migliore «razza» italica.

Nell'Italia del Ventennio Silvio Piola è rappresentato come il goleador senza macchia e senza peccato. Anche per lei è stato un eroe?

«Io l'ho visto solo come un padre affettuoso».

C'è una parola che riassume il vostro rapporto?

«Tenerezza».

Quando nel 1993 il presidente Oscar Scalfaro nominò Piola Grande ufficiale della Repubblica, lei era al suo fianco.

«Sì, e sentii il presidente sussurrargli all'orecchio: Sono voluto venire di persona a darti la medaglia».

Piola, nel corso della sua favolosa carriera, di medaglie ne ha ricevute tante.

«Ma quella al Quirinale gli fece particolarmente piacere. Fu l'ultimo grande riconoscimento. Morì tre anni dopo, nel 1996».

Ottantratré anni vissuti amando il calcio.

«Il calcio. Ma anche la famiglia».

Nel libro di Lorenzo Proverbio «Silvio Piola, il senso del gol» (edizioni Mercuro) c'è un'immagine dolcissima: suo padre osserva un bimbo che lancia in aria un cappellino.

«Il bimbo è mio figlio, Michele. Il nipotino col quale il nonno si divertiva a giocare a pallone. Ma senza concedergli nulla. Lo scartava di continuo, tanto che mia madre una volta urlò: Silvio basta! Lasciagli prendere la palla... non vedi che è un bimbo?».

E lui gliela lasciò prendere?

«Macché, continuò a scartarlo».

In quegli attimi, forse, gli tornavano in mente i dribbling degli esordì nella Pro Vercelli.

«Era il 1928, aveva 15 anni. Ma la sua prima vera squadra si chiamava Veloces».

«Veloces», un nome che avrebbe fatto la gioia dei futuristi, Filippo Tommaso Marinetti ne sarebbe stato orgoglioso.

«Forse avrebbe gradito anche il tiro in rovesciata, una specialità inventata e resa celebre proprio da mio padre».

Un gesto atletico di cui Silvio è sempre andato fiero.

«Ma papà sapeva pure ironizzare su quella rovesciata»,

In che senso?

«A casa l'unico trofeo che esponeva era una scultura con un pallone e un giocatore in sforbiciata. Lui usava il pallone per stendere gli elastici e le gambe del calciatore per attaccare le chiavi di casa».

Altri cimeli?

«In un baule ho trovato tantissime foto d'epoca che sono autentici capolavori. Fa tutto parte del materiale che compone la mostra itinerante dedicata a Piola: 60 pannelli oltre a supporti interattivi con video-documentari e canzoni».

Canzoni dedicate a suo padre?

«Una si intitola Forza, forza Piola! e risale ai tempi della Pro Vercelli; un'altra recente - bellissima - composta e interpretata da Toni Malco, Silvio Piola, il cacciatore di gol. Stesso titolo per il videoclip curato da Vanni Vallino e interpretato da Neri Marcorè. In una scena si vede un uomo che sistema una zolla d'erba in un campo di calcio. Quell'uomo rappresenta mio padre e la sua linea verde».

Cos'è la «linea verde» di Silvio Piola?

«È il desiderio che l'ha animato fin da piccolo di rincorrere un pallone fatto di stracci e corde. L'energia nell'affrontare sacrifici pur di coronare le proprie aspirazioni. La voglia di ripagare con la moneta dell'amore la fiducia dei genitori che non hanno mai soffocato i suoi sogni giovanili, trasformatisi poi nei successi di un atleta famoso».

Un bel «film». Con vicende che si intrecciano tra loro, incrociando momenti di gioia e destini tragici. Come nel caso del calciatore Piero Ferraris che suo padre «salvò» dalla sciagura di Superga.

«Piero era l'alter ego di Silvio fin dai tempi della Pro Vercelli. Dal '41 al '48 Ferraris aveva giocato nel grande Torino. Ma pochi mesi prima del tragico volo di Superga, Silvio lo convinse a lasciare i granata per trasferirsi al Novara, a caccia di vecchie glorie. Piero accettò. E così si salvò dalla strage che avvenne il 4 maggio del '49».

Facciamo un passo indietro. Il 1934 è l'anno del fondamentale trasferimento alla Lazio, imposto da un importante gerarca romano. Almeno così vuole la leggenda.

«Nella Capitale Piola trova la sua consacrazione».

È l'anticamera per la Nazionale.

«Il vero sogno di papà. Nulla lo esaltava più della maglia azzurra».

Tanto da diventare uno dei protagonisti del secondo storico mondiale vinto dall'Italia, quello del 1938 in Francia.

«Quello della mitica foto a centrocampo, con il ct Pozzo che con una mano impugna la coppa Rimet e con l'altra stringe il braccio di mio padre».

È un'immagine iconica.

«È uno scatto che immortala non solo l'attimo di un trionfo sportivo, ma pare esaltare plasticamente anche il concetto di collettivo, cioè l'espressione più nobile del gioco di squadra».

A rovinare l'idillio arriverà la guerra.

«Papà tornò in famiglia nel Vercellese, ma tra i tifosi della Lazio si sparse la voce che Piola è morto. Gli fecero addirittura il funerale con tanto di messa in suffragio. Quando il loro bomber resuscitò fu l'apoteosi».

Anni terribili, quelli tra il '40 e il '43.

«Ma anche pieni di umanità e incredibili storie di amicizia».

Ce ne racconti una.

«Papà era rifugiato in casa. Un tedesco bussa alla porta e chiede di lui. Mia nonna teme che voglia fargli del male e risponde: Silvio non è qui. Ma il tedesco ritorna il giorno dopo. Stessa richiesta, stessa risposa. Finché al terzo giorno, Silvio decide di affrontare il tedesco: Eccomi, sono qui. I due si guardano e si abbracciano. Sapete chi era il tedesco? Era Peter Platzer, il portiere dell'Austria al quale papà aveva fatto due gol nel 1935 a Vienna».

Arriviamo al '45, Piola passa dalla Lazio alla Juventus.

«A Torino viene accolto con tutti gli onori. Intanto il suo corpo viene studiato da staff medici che si dedicano a test e verifiche. All'età di 38 anni i dati riassuntivi delle sue caratteristiche diventano una specie di virtuosi parametri di riferimento».

Piola era attentissimo alla salute. Nessun «vizio», se non quello della pesca e della caccia.

«La calma ipnotica della pesca e la carica adrenalinica della caccia gli regalavano serenità interiore nei momenti di stress».

Altre «trasgressioni»?

«Niente sigarette, né alcol. Coraggioso: una volta, sulla neve, affrontò una discesa ripidissima. Ma era la prima volta che metteva gli sci».

Ma è vero che alla Lazio gli ritirarono il patentino di caccia per costringerlo a rinunciare all'hobby della «doppietta»?

«È vero. Ma poi glielo restituirono subito».

Altro problema: i cani da caccia che Silvio si era portato da Vercelli a Roma.

«La Lazio gli aveva dato un appartamento. Ma ben presto i vicini di casa cominciarono a lamentarsi perché i cani abbaiavano. Allora la società biancoceleste fu costretta a trasferirlo in un'abitazione più isolata: una villetta con giardino, dove i cani potevano scorrazzare senza dare fastidio a nessuno».

E così arriviamo all'ultima fase della carriera, ben 185 partite nel Novara e 86 gol.

«Durante quegli anni riceve una straordinaria lettera da Meazza».

Il suo «rivale».

«Pur se divisi da una sana competizione, erano grandi amici. E la lettera di Meazza a papà lo dimostra».

Cosa si dice in quella missiva?

«Ci sono frasi che regalano brividi di emozione».

Ce ne citi qualcuno.

«Ecco quello più significativo: Caro Silvio, io non gioco più. Ma quando ti seguo tra i terzini avversari, quando ti vedo scattare e tocchettare al volo, oh!, allora mi prende una stretta al cuore e un groppo in gola. Da quanti anni giochi? Da sempre. Per te il tempo non esiste. Tu rappresenti tutto il calcio italiano. E miglior alfiere non si poteva trovare per questo nostro sport che è sempre stato la nostra vita. La tua gloria è la nostra gloria. La gloria della migliore generazione calcistica, quella dei due campionati del mondo assicurati all'Italia».

Nel frattempo, la nostra Nazionale di mondiali ne ha vinti altri due.

«E ne siamo felici. Anche se...».

Anche se?

«Il calcio è profondamente cambiato (e non sempre in meglio) rispetto all'epoca di mio padre».

Un esempio?

«I campioni di un tempo viaggiavano sui pullman insieme con la gente comune ed entravano allo stadio con i tifosi. Per loro la maglia era una bandiera».

I tre comandamenti-base di Piola erano: sudare in campo, stringere sempre la mano agli avversari, non deludere mai i tifosi.

«Al primo posto la lealtà, pur senza rinunciare allo spirito della sfida. Come nel dualismo tra Coppi e Bartali».

Un senso di identificazione e appartenenza fondamentali per la rinascita del nostro Paese, in uno dei momenti delicati della sua storia».

«Era l'Italia del dopoguerra, che per risollevarsi aveva bisogno di personaggi veri. Onesti. E mio padre è stato uno di questi».

I giocatori di oggi si comportano spesso come divi irraggiungibili. Le società sono holding finanziare. Per non parlare dei tifosi. Un ambiente senz'anima, con tanta violenza. Troppo cinismo.

«Sarebbe bello se il calcio calcio del dopo-coronavirus ritrovasse la dimensione dell'artista artigiano».

È l'immagine poetica con cui lei definisce il suo Silvio Piola. O sbaglio?

«Non sbaglia».

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