"Il mio ultimo film nel deserto con Monicelli"

Chiara Rapaccini racconta in un romanzo la sua "seconda vita" dopo la morte del compagno

"Il mio ultimo film nel deserto con Monicelli"

«Vede quella bambina accovacciata sotto il bastone di Mario? Quella ero io». Chiara Rapaccini guarda un disegno nel suo atelier, nel quartiere Monti a Roma. Qui dipinge, scrive e illustra libri per bambini, crea oggetti di arredamento e design e disegna le sue vignette, quelle degli Amori sfigati che firma come RAP. Quella bambina, dice, ora non c'è più. Non c'è più neanche Mario (Monicelli). È stata la sua compagna per 35 anni, quando l'ha conosciuto lei ne aveva 20: «Ero veramente giovane, allora. Lui aveva 60 anni, l'età mia di adesso». Ora che la bambina (La bambina buona del suo primo romanzo, pubblicato dopo la morte del regista, avvenuta nel novembre 2010) non c'è più, Chiara Rapaccini racconta la «seconda parte» della sua vita con un nuovo romanzo, Baires, in libreria da giovedì (Fazi). Storia di Frida, che a 55 anni ha perso il compagno di una vita, il Vecchio coi suoi completi bianchi e i modi burberi. Allora scappa in Argentina, per perdersi. «Amavo Mario e lo amo molto. Però in questo romanzo racconto di una donna ormai grande, che deve sbattere la testa contro la realtà».

Qual è la realtà?

«I padri sono morti. Intorno a me ci sono molti morti, è morto tutto il mio gruppo del cinema. Perché ho vissuto con gente più vecchia di me di quarant'anni: Mastroianni, Age e Scarpelli, Suso Cecchi D'Amico, Ferreri, Elio Petri. E poi Moravia, Laura Betti... Vivevo in una Roma intellettualmente strabiliante, mi impauriva. Ero una ragazzetta».

E poi?

«E poi questa ragazzina in mezzo ai vecchioni si ritrova sola. Muore Monicelli e cinque giorni dopo parto per Buenos Aires. Decido di scappare. Quello che racconto è un viaggio vero, anche se fatto in dieci viaggi».

Perché scappò?

«Per dimenticare. Non volevo stare a Roma per non affrontare la morte di mio marito».

Nel libro lo scrittore Guillermo dice a Frida, senza troppi giri di parole, che era un po' «la schiava del Vecchio».

«Dice: beato lui che ti ha trovato da ragazzina, un po' servile. Gli metto in bocca una cosa che pensano molti uomini. Ma non Mario, lui non si è mai approfittato».

Com'era Monicelli?

«Cinico ma dolcissimo. Nella vita vera c'era un grande rapporto d'amore, ma se parlavi di sentimenti faceva battute che ti schiantavi. Del resto il cinismo apparteneva al neorealismo e alla commedia all'italiana: erano tutti cinici, irridevano tutto, anche la morte. Ai funerali di Tognazzi, Pontecorvo vede Mario e gli dice: Ma come, sei vivo? Però il loro cinismo diventava arte».

Come si sentiva lì in mezzo?

«Da una famiglia borghese di Firenze mi sono ritrovata tra Roma, Parigi e New York, coi paparazzi. A Parigi, in taxi con Mastroianni, la Deneuve e Ferreri indossavo una gonna di terital blu. Sbagliavo pure i vestiti».

Che cos'è il terital?

«Una stoffa orrenda. Era una gonna delle coccinelle, gli scout. Io con la mia mamma cattolica mi sono ritrovata in mezzo a gay, divorziati... Per quattro anni non ho detto nulla».

Niente niente?

«Mi stringevo a Mario e lui mi diceva: Rilassati. Una sera eravamo a Parigi a una cena su un bateau mouche in onore di Mastroianni. C'erano duecento persone. A un certo punto si sono stufati e sono saltati dalla barca: potevano finire nella Senna in inverno. Erano matti».

E lei?

«Io dietro, col cuore che mi batteva. Ma la nostra era una famiglia vera. In questo casino avevo dei paletti fortissimi, e anche Mario: è stato il più serio e galantuomo che abbia mai incontrato, altro che i quarantenni di oggi, vili e senza palle».

Nel romanzo torna più volte una scena: Frida e il Vecchio nel deserto, in una jeep.

«È stato sul set dell'ultimo film, Le rose del deserto. L'ho seguito perché la troupe aveva paura che Mario morisse: a 92 anni trascorrere tre mesi nel deserto, con 47 gradi... Placido era già stato scelto come suo vice, in caso di morte».

Sul serio?

«Ma sì. Eravamo tutti pronti. Ero contenta, perché sarebbe morto benissimo, nel suo deserto. Una volta doveva girare all'alba e gli dissi: Riposati tre ore. Portava un enorme cappotto militare di scena, per il freddo. Mi rispose: Il comandante non lascia la nave, cioè il set. Quindi decise di passare la notte sulla jeep».

E lei rimase con lui?

«Quelle cinque ore insieme da soli, sotto le stelle, sono state l'ultimo momento di intimità. Un'intimità mostruosa, io e lui nel deserto. Dopo qualche anno è morto».

Somigliavate un po' alle sue coppie degli Amori sfigati?

«Sì, molte battute me le suggeriva lui stesso. In un secondo ne inventava una. Prima che registi, Mario e gli altri erano grandi sceneggiatori. Io stiravo mentre lui, Age e Scarpelli e Benvenuti sceneggiavano. Ascoltavo mentre scrivevano i grandi film italiani».

Ma cucinava per Monicelli, come Frida nel libro?

«Frida è sola e autonoma, però è anche un po' geisha. Io cucino poco, ma sono brava».

È vero che cucinò un pollo coi Leoni d'oro di Venezia?

«Può sembrare snobismo, ma a Mario tutti quei premi davano fastidio, perché erano ingombranti. Un giorno volevo preparare il pollo al mattone, che va spiaccicato. Ma non avevo il mattone, così lui disse: Vabbeh, abbiamo 'sti Leoni, usa questi. Li vedevo friggere in padella, con l'olio sopra...».

Alla fine era buono il pollo?

«Divino».

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