C’è così tanta strada nelle sneaker che non è facile capire quando sono nate. Per convenzione si pensa al secolo e non a caso al Museo del Tessuto di Prato è appena stata inaugurata Sneaker Revolution, la prima mostra italiana (aperta al pubblico da ieri fino al 2 maggio 2027) su questa straordinaria calzatura che nel tempo è diventata uno dei prodotti più influenti dell’immaginario contemporaneo. Le due curatrici – Arianna Sarti e Francesca Biagioli – dicono che le sneaker esistono grazie al brevetto sulla vulcanizzazione della gomma depositato da Charles Goodyear nel 1839.«Senza questa rivoluzione tecnica le suole di gomma con il caldo sarebbero diventate molli e appiccicose per poi irrigidirsi fino a spaccarsi in caso di freddo» spiega la Sarti. Infatti fino ad allora le scarpe da ginnastica avevano le suole in cuoio che non giustificano l’uso del termine «Sneaker» che deriva dal «to sneake» traducibile con «muoversi in modo silenzioso, sgattaiolare, intrufolarsi».Sta di fatto che mentre Goodyear com incia a produrre i primi pneumatici della storia, l’imprenditore Marquis Mills alla fine del 1908 fonda a Maiden, nel Massachusset, la Converse Rubber Company che nell’aprile del 1909 produce 10 paia di calosce in gomma. Da lì si passa alle scarpe da lavoro con tomaia in tela e suola di gomma prodotte inizialmente solo per la divisa estiva degli operai e poi trasformate in calzature antiscivolo per le prime scarpe da yacht. Le mitiche All Star che dal mondo del basket arrivano perfino alla Casa Bianca (celeberrima la foto di John Fitzgerald Kennedy con le Converse accanto a Jackie in pantaloni Capri e ballerine) sono del 1919. Da quel momento in poi nessun coach degno di questo nome manda in campo i suoi ragazzi senza le sneaker a polacchino. Nel frattempo Walter Martiny, un ingegnere svizzero naturalizzato italiano, fonda a Torino, ai piedi del colle di Supe rga, un’azienda specializzata in stivali da pioggia e articoli in gomma. Sposato con un’elegante signora appassionata giocatrice di tennis, Martiny nel 1925 crea le prime scarpe made in Italy in tela bianca e con suola in gomma a buccia d’arancia. È il celeberrimo modello 2570 meglio noto come «le Superga».«Lady Diana ne indossa un paio blu nel 1997 durante il suo viaggio umanitario in Angola, il primo dopo il divorzio da Carlo, l’ultimo per la sfortunata principessa» racconta Francesca Biaggioni davanti alle Superga bianche prodotte lo stesso anno e con l’identico tipo di usura esposte a Prato. Non è stato infatti possibile reperire le originali, ma in compenso ci sono le Nike Air con cui nel 1984 il campione di basket Michael Jordan ha costruito la sua fortuna e a cui Ben Affleck ha dedicato e co-prodotto un bellissimo film: Air, la storia del grande salto. «La vera forza delle sneaker sta nella loro capacità di unire più che distinguere» dice Silvio Campara, ceo di Golden Goose, la fenomenale azienda che nel 2025 ha avuto ricavi per 743 milioni di euro e adesso si prepara a raggiungere il miliardo. «Per la mia generazione – continua il manager - hanno rappresentato una vera rivoluzione culturale mentre per i giovani di oggi rappresentano un modo di raccontare se stessi e connettersi con gli altri».Di certo oggi le sneaker hanno raggiunto prezzi molto alti: dai 500 euro in su. Ne sa qualcosa il giornalista Antonio Mancinelli che dagli anni 80 a oggi ha collezionato i 230 modelli più iconici del mondo tra cui le Triple S e le 10XL create per Balenciaga da Demna Gvasalia. Queste ultimi sono le sneaker più grandi del mondo: delle piccole barche per piedi.Mancinelli cha ha scritto la parte moda del catalogo della mostra di Prato le ha indossate una sola volta e giura che sono leggerissime. Certo non sono ecologiche con tutta quella plastica. È questa l’unica dolente nota delle sneaker: inquinano tantissimo avendo innumerevoli componenti e quasi nessuno biodegradabile.Per fortuna esistono anche sneaker vegane come quelle del brand italiano Puraai che reinterpreta il linguaggio estetico degli anni ’70 con un approccio responsabile al design.

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