La prima cosa che pensi entrando nel cosiddetto Passaggio Segreto tra i sotterranei della boutique uomo di Prada e quelli dello storico negozio milanese aperto nel 1913 in Galleria Vittorio Emanuele è: «Come diavolo hanno fatto a scavare un tunnel di 18 metri quadri sotto il pavimento a mosaico dell’Ottagono?». Poi ti perdi ad ammirare le vetrinette in cui girano decine di minuscole gonne del brand, le più belle borse di Prada in pelle argentata e i celebri charms da appendere dove capita. A questo punto ti ritrovi in un grande spazio interrato che praticamente raddoppia gli spazi della boutique donna. Le pareti sono decorate da dettagli dell’affresco dipinto al piano di sopra da Nicola Benois che nel primo decennio del secolo scorso era lo scenografo della Scala. Davanti all’immagine del Piroscafo Rex pronto a salpare ti viene in mente che la signora Luisa, mamma di Miuccia, raccontava alle clienti più fedeli della traversata in piroscafo da Genova a New York in cui lei e sua sorella furono costrette a vestire sempre di nero perché il padre Mario diceva «così se cadete in mare non vi mangiano gli squali».
Uscendo da questo antro delle meraviglie dove trovi per la prima volta anche biancheria e articoli per la casa, prodotti da trucco e gadget d’ogni tipo si torna in superficie o meglio al terzo piano sopra al celebre Marchesi 1824, il risto-bar che ha riportato in Galleria la cultura degli storici caffè meneghini. Qui c’è Pradasphere, una mostra permanente che ripercorre più di cent’anni di creatività. Nella prima sala ci sono decine di oggetti in tartaruga uno più bello dell’altro ma per fortuna irripetibili perché oggi la specie è protetta. Poi ci sono tre borsette da sera con chiusura a forma di maschera in avorio, un altro materiale oggi proibito. A questo punto entri nella stanza del nylon, la grandiosa intuizione con cui la coppia Prada-Bertelli lanciò l’azienda nell’empireo della moda. In corridoio c’è un robe manteaux della prima collezione d’abbigliamento che ha sfilato nel 1988 nella splendida villa di via Melzi d’Eril in cui Santucci ambientò qualche pagina del suo romanzo più famoso: il Velocifero. Nella sala successiva t’incanti a guardare le scarpe Flame create da Fabio Zambernardi (il braccio destro di Miuccia fino a un paio d’anni fa) per una collezione del 2012 ispirata a donne e motori. In un’altra stanza rivedi le gonne rotanti di una fantastica mostra a Seul e poi c’è di tutto: cappotti di piume e paillette, cappelli strepitosi, quei colorini tipo il verde penicillina che nessuno tranne Prada osa maneggiare: il fascino indiscreto della borghesia riveduto e corretto dalla regina dei bastian contrari. Sali un’altra rampa di scale e ti trovi nel cosiddetto Studio dove faranno shopping solo i miliardari e infine arrivi nell’Appartamento: una casa di cinquecento metri quadri accessibile solo a chi si può concedere l’inaccessibilità. Più milanese ed elegante di così, si muore: l’ultima triangolazione tra Prada e la sua città.
