Un miliardo alle moschee radicali: i soldi islamici che cambiano l'Ue

Un think tank svela come dal 2004 al 2019 il Qatar abbia finanziato associazioni salafite e moschee radicali con quasi un miliardo di euro. E i sauditi pubblicizzano il "rinascimento culturale" sul quotidiano della City

Un miliardo di euro alle moschee radicali: i soldi islamici che cambiano l'Ue

Donne e bambine che camminano con gli occhi bassi, nascoste sotto veli integrali che lasciano intravedere a malapena il volto, macellerie halal, moschee improvvisate nei sottoscala, lezioni di Corano a scuola, negozi che vendono bambole senza volto per rispettare le prescrizioni dell’Islam radicale, ristoranti che prevedono spazi appositi per ospitare il genere femminile. Sono scene che ormai si vedono nei quartieri delle metropoli del Vecchio Continente, da Berlino a Marsiglia, da Bruxelles a Roma, da Stoccolma a Roubaix.

È l’Europa che cambia faccia, anche grazie ai fondi che arrivano dalle petromonarchie del Golfo. Oltre 770 milioni di euro, quelli distribuiti dal Qatar tra il 2004 e il 2019 a 288 organizzazioni radicali in Occidente sotto forma di "aiuti umanitari". A mettere insieme i documenti che rivelano i trasferimenti di denaro dalle casse della Eid Charity alle moschee di mezza Europa è il Middle East Forum, think tank americano fondato negli anni ’90 dal giornalista e storico Neocon, Daniel Pipes.

L'ombra di al Qaeda e Isis

La Sheikh Eid Bin Mohammad Al Thani Charitable Association, meglio conosciuta come Eid Charity, è un’organizzazione semigovernativa qatariota che un altro think tank, il Carnegie Endowment for International Peace descrive come "la più grande e influente organizzazione umanitaria al mondo controllata dai salafiti". Il suo fondatore, Abd Al Rahman Nuaimi, sarebbe legato ad al Qaeda. E nel 2013 figurava nella lista dei terroristi del governo americano.

Eppure, sottolinea il centro studi, la Eid Charity finora ha goduto di una impunità totale a livello internazionale, inviando finanziamenti ad una serie di istituzioni musulmane e personaggi legati all’islamismo radicale. In Svezia, ad esempio, la moschea di Örebro, tra il 2007 e il 2016 ha ricevuto dalla fondazione qatariota 2,4 milioni di dollari. E poco importa se a predicare al suo interno ci fosse un reclutatore dell’Isis, arrestato nel 2015.

Un’altra moschea svedese in cui si inneggiava alla conquista di Mosul da parte del Califfato islamico, quella di Gävle, è stata sovvenzionata da Doha con un milione di euro. Gli stessi importi sono arrivati anche in Francia per essere distribuiti ad una serie di organizzazioni legate ai Fratelli Musulmani. Moschee, istituti, centri studi e spazi polifunzionali come il centro An-Nour di Mulhouse. Una struttura all’avanguardia dove attorno alla maxi sala preghiera ruotano uno spazio dedicato agli eventi culturali, piscine, palestre, centri benessere, negozi e ristoranti: tutto rigorosamente "halal". L’obiettivo, notavano alcuni giornalisti francesi, è quello di creare delle "micro società autarchiche in Europa", imperniate sull’ortodossia islamica.

In Germania la moschea Al Muhsinin di Bonn, dove i predicatori radicali incoraggiavano i fedeli a recarsi "nei campi di addestramento di al Qaeda", avrebbe ricevuto 400mila dollari dal Qatar tramite l’associazione Arabischer Kulturverein. La stessa associazione ha smistato il denaro ad un altro "hub salafita" tedesco, la moschea Assalam di Essen, frequentata da soldati del Califfato come Silvio K, che minacciò in più di un’occasione di voler colpire la Germania. Nel 2009 un altro fedele della stessa moschea fu rimpatriato dalle autorità dopo essere stato trovato in possesso delle istruzioni per costruire un ordigno rudimentale.

Nei Paesi Bassi, la Eid Charity ha contribuito con 1,1 milioni di euro al finanziamento della moschea al Furqaan di Eindhoven, frequentata dalla "cellula di Amburgo", coinvolta negli attentati dell’11 settembre. La lista è lunga e comprende anche una serie di associazioni e centri culturali e religiosi di stampo salafita in Canada, Svizzera e nel Regno Unito.

Nel frattempo il "Rinascimento culturale dell’Arabia Saudita" ora viene reclamizzato sul Financial Times, di cui il regno di Mohammed Bin Salman al Saud, tramite il centro culturale Ithra, è diventato "partner content". Una vera e propria campagna promozionale della "rinascita culturale" del Paese, che va "dalla moda alla letteratura". Peccato che, all’ombra della Mecca, siano ancora troppi i diritti negati.

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