Il delirio del sindaco: "Il no al burkini? Un marchio del patriarcato"

Polemica a Grenoble, nel sud della Francia, per la decisione del sindaco ecologista Éric Piolle di liberalizzare burkini e topless nelle piscine comunali. L'ira dell'opposizione: "Un regalo all'islam politico"

Il delirio del sindaco francese: "Il no al burkini? Un marchio del patriarcato"

Nei giorni in cui le donne afghane protestano contro l’obbligo imposto dai talebani di indossare il burqa in pubblico, a Grenoble, nel sud-est della Francia c’è un sindaco che si batte per il diritto delle donne musulmane di accedere alle piscine pubbliche coperte dal burkini. Il velo integrale che da molte musulmane è visto come una prigione, per Éric Piolle, primo cittadino ecologista del comune che si trova nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, è diventato un simbolo di libertà al pari del topless.

Il principio, spiegato da lui stesso in una lettera di quattro pagine inviata lo scorso aprile al presidente Emmanuel Macron, è all’apparenza lineare. "L’obbligo di coprirsi, al pari di quello di scoprirsi, è un marchio del patriarcato". Via libera quindi nelle piscine comunali della città, sia al topless che al burkini. Peccato che, obietta qualcuno, quest’ultimo sia l’emblema della versione più integralista della religione musulmana.

Per questo in città da mesi infuria la polemica. La resa dei conti sul nuovo regolamento, che aprirebbe le porte delle piscine pubbliche anche alle donne coperte dalla testa ai piedi, ci sarà lunedì in consiglio comunale. Piolle è determinato a dire addio a "divieti aberranti" come "quelli sul seno nudo o sui costumi che coprono per proteggersi dal sole o per motivi di convinzione". "Domani, nelle nostre piscine - annuncia - voglio che tutte e tutti possano rinfrescarsi vestiti o svestiti come vogliono. Sì, i seni delle donne potranno essere liberi, così come quelli degli uomini. Volete venire a seno nudo, venite a seno nudo. Volete venire con un costume che vi protegge dal sole o che vi copre per motivi religiosi, potete fare anche questo".

Accanto a lui ci sono le associazioni femministe, che chiedono che nessuno venga "condannato in vasca a causa della scelta del costume da bagno", e anche quelle musulmane. In prima fila c’è la controversa Alliance Citoyenne, che già in passato si è battuta per il diritto delle donne musulmane di indossare il burkini e che negli ultimi mesi ha sposato anche la causa delle Hijabeuses, le calciatrici islamiche che rivendicano la possibilità di scendere in campo con il velo. L’organizzazione, che conta circa 5mila iscritti, sarebbe collegata alla Fratellanza Musulmana ed in passato è stata finanziata dal filantropo George Soros.

Dall’altra parte della barricata c’è l’opposizione conservatrice. L’ex sindaco di destra, Alain Carignon, ha chiesto all’attuale primo cittadino di ritirare la delibera. "È un passo indietro per la causa dell’emancipazione delle donne e una concessione intollerabile e inammissibile all’islam politico", attacca. Laurent Wauquiez, presidente della regione, del partito dei Républicains, ci va giù ancora più pesante. "Neppure un centesimo dei soldi dei nostri concittadini andrà a finanziare la vostra sottomissione all’islamismo", ha detto rivolto al sindaco Piolle, minacciando di tagliare le sovvenzioni regionali al comune.

Anche le donne musulmane si dividono. Per alcune poter andare in piscina in burkini sarà un’opportunità. Per altre, invece, la questione non ha ragione di essere posta. "Sono musulmana ma vivo in un Paese europeo – spiega Sarah all’emittente francese Europe 1 – sono io che mi adatto e non il contrario, dobbiamo rispettare le regole del Paese in cui viviamo, e francamente, d’estate, si sta meglio in costume da bagno".

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