Europa decapitata

“E’ ora di decostruire i decostruzionisti”, così scrive Eric Zemmour nell’introduzione al suo ultimo libro, già bestseller in Francia, il “suicidio francese” (Albin Michel, 544 p., 22,90 euro).
“L’universo mentale dei nostri contemporanei è diventato un campo di rovine. Il successo delle scienze umane ha distrutto tutte le certezze”. Scenari in realtà già previsti nel 1962 da Lévi-Strauss, con la nota affermazione “scopo ultimo delle scienze umane non è costruire l’uomo, ma dissolverlo”. Eric Zemmour, francese, di origini algerine, accusato in Francia di razzismo, xenofobia, maschilismo, islamofobia e altri epiteti scelti a caso nella galassia del luogo comune, si fa carico da anni di ridare slancio alla corrente politica neoconservatrice. Un ruolo nefasto.
Oggi le posizioni del neocon Zemmour in Francia non destano più tanto stupore. Oggi forse anche in Italia la nostra Oriana Fallaci avrebbe avuto diritto a dire la propria senza sentirsi dare della fascista. Lei che partigiana a 14 anni ebbe la colpa di non rimanere vittima del lavaggio del cervello sessantottino, malattia incurabile che ha colpito tutta quanta una generazione di politici e i cui effetti oggi sono arrivati a mostrare il massimo della loro dirompènza.
Un’Europa sempre più piegata tristemente su se stessa non è stata in grado di riconoscere i propri amici, quelli fedeli. Intellettuali messi all’indice, considerati non al passo con i tempi, perché troppo legati alla realtà. Bifolchi da mettere da parte. Un’incapacità che ormai a tratti sembra più vicina alla connivenza e che oggi desta allarme e preoccupazione.
L’Europa di oggi è quella che boicotta Israele, ma finanzia (inconsapevolmente?) i futuri jihadisti di Charlie Hebdo, è quella che si dichiara a chiacchiere nemica dello Stato Islamico, ma cancella con i fatti Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche, che oggi plaude gli attentati sui bus di Tel Aviv. L’Europa di oggi è quella che loda le parole di Papa Francesco, ma considera gaffe il pragmatismo di Ratzinger a Ratisbona. L’Europa di oggi è quella che tace davanti al revisionismo storico dell’Islam “moderato” che viene insegnato nelle moschee sparse per tutto il continente: “I cananei non erano fenici, erano arabi” (Regno Saudita) “Sulla Spianata non è mai esistito il Tempio di Gerusalemme” (Saeb Erekat che risponde a Ehud Barak nel 2000) L’Europa di oggi è quella che ha paura di ammettere davanti ai fatti dell’Hyper Cacher (per citare l’ultimo, ma di certo non l’unico) che l’antisemitismo è un sentimento presente in gran parte della popolazione araba. Risuonano i sermoni, per chi ha voglia di sentirli, degli imam che negano l’olocausto, o non hanno mai smesso per quelli che ricordano l’alleanza stretta tra Amin Haj al-Hussein (Gran Mufti di Gerusalemme dal 1921 al 1945) e i nazifascisti, mentre negli stessi anni la brigata ebraica dava il suo grande contributo alla resistenza partigiana.
Indottrinati dal relativismo (oramai anche storico) giustifichiamo qualunque attacco, qualunque offesa e oltraggio, in nome di un’ipocrita comprensione capiamo ed anzi alimentiamo l’inaccettabile vittimismo dell’Islam “moderato”, anche italiano, la cui posizione pretende di essere equiparata al pari livello delle vittime. Ci accontentiamo di una finta bandiera dell’ISIS bruciata a Milano e facciamo finta di non sapere che Qatar e Turchia collaborano dietro le quinte con i terroristi di Jabha Al-Nusra e i Fratelli Musulmani.
Milioni di islamici sono scesi in piazza nelle ultime settimane: in Cecenia il 58% della popolazione ha manifestato contro le vignette di Charlie Hebdo, rivendicando, loro si, la matrice religiosa della protesta. Noi ci ostiniamo a definire politico lo scontro, per paura di apparire ridicoli a noi stessi. Abbiamo vergogna di ricordare a noi stesso chi siamo.
L’Europa di oggi è quella che anziché ridare forza ai valori della libertà, della laicità e della democrazia, preferisce chinare il capo e rimanere in silenzio, in attesa di essere decapitata. Divorata dai sensi di colpa di un passato non sempre glorioso, preferisce rimanere immobile, sedata, a osservare l’ascesa di inquietanti “fronti nazionali”.

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