Studentessa lapidata, la frase choc dell'imam: "I musulmani hanno delle linee rosse..."

Il tweet dell'imam della Moschea Nazionale di Abuja dopo la lapidazione della studentessa accusata di blasfemia fa indignare. In Nigeria non c'è fine alle violenze contro i cristiani

Studentessa lapidata, la frase choc dell'imam: "I musulmani hanno delle linee rosse..."

Dalle lapidazioni ai sequestri, non c’è fine all’incubo dei cristiani nigeriani. A metà maggio Deborah Samuel, studentessa di Economia a Sokoto, nel nord ovest del Paese, è stata uccisa a sassate dai suoi compagni di corso e poi bruciata. L’accusa è sempre la stessa: "blasfemia". Quella che negli Stati in cui vige la legge islamica viene utilizzata strumentalmente per zittire e annichilire gli appartenenti alle minoranze religiose. È quello che è successo a Deborah. Per alcuni colleghi avrebbe postato un contenuto offensivo nei riguardi del profeta in una chat di gruppo su Whatsapp. Tanto è bastato per ucciderla di botte, frustarla e darle fuoco sommersa da copertoni intrisi di benzina. Ma evidentemente la sua colpa era soltanto quella di essere una donna, di essere cristiana, di voler studiare e sognare una carriera lavorativa.

Non lontano da dove è stata lapidata Deborah i fanatici dell’islam radicale hanno fatto prigionieri altri due sacerdoti. I testimoni raccontano dell’irruzione di un gruppo di uomini armati, nella notte tra martedì e mercoledì, all’interno della canonica della chiesa di San Patrizio a Kafur. Hanno obbligato il parroco, il sacerdote missionario Stephen Ojapa, il suo collaboratore, don Oliver Okpara, e altri due ragazzi a seguirli. Sono tutti spariti nel nulla. Lo stesso vescovo di Sokoto, monsignor Mathew Hassan Kukah, è finito nel mirino dei fondamentalisti per aver denunciato l’atroce fine della studentessa linciata lo scorso 12 maggio. Per ora si sono limitati alle minacce e agli atti di vandalismo contro alcune chiese. Ma il clima è tesissimo. I rapimenti di sacerdoti si susseguono uno dopo l’altro.

Don Felix Zakari Fidson, della Diocesi di Zaria, è stato sequestrato il 24 marzo. Don Leo Raphael Ozigi, parroco di Sarkin Pawa, nello stato del Niger, è stato portato via il 27 dello stesso mese. Don Alphonsus Uboh all’inizio di maggio. Alcuni di loro sono stati rilasciati. Altri, come Joseph Aketeh Bako, rapito l'8 marzo a Kudenda, nel Kaduna, potrebbero essere morti durante la prigionia. Poi ci sono le stragi nei villaggi: due giorni fa, sempre nello Stato di Katsina, quello dove è avvenuto l’ultimo sequestro, un gruppo armato ha fatto fuoco su almeno 12 contadini che stavano lavorando la terra. Altre 40 persone sono state uccise nel Borno da combattenti affiliati a Boko Haram. L'ennesima strage è andata in scena nello Stato sud-orientale di Anambra. Il principale sospettato, in questo caso, è il gruppo separatista del Popolo indigeno del Biafra (Ipob).

Una situazione fuori controllo che diventa di giorno in giorno più preoccupante. A scendere in campo per i diritti delle minoranze etniche e religiose sono diverse Ong, come Amnesty International, che ha condannato la morte "orribile" di Deborah Samuel lanciando un avvertimento alle autorità: "L’impunità porterà ad un aumento della violenza di massa". Anche l'Associazione degli scrittori in difesa dei diritti umani in Nigeria, l’Huriwa, si è schierata in difesa della minoranza cristiana chiedendo la liberazione dei due sacerdoti rapiti all’inizio di questa settimana. Gli intellettuali se la prendono con le istituzioni e denunciano come gli islamisti stiano realizzando una vera e propria "agenda del jihad" che si oppone "all'esistenza del cristianesimo".

L’obiettivo, incalzano gli scrittori, è quello di "dissuadere la Chiesa cattolica e altre fedi cristiane dall'insediare parrocchie in quella che sarebbe una roccaforte della religione islamica in Nigeria". In effetti, diverse personalità del nord del Paese, a maggioranza musulmana, hanno cercato di giustificare il brutale omicidio della studentessa lapidata a Sokoto. La loro tesi è che la ragazza abbia meritato la sua fine per aver insultato Maometto. Fin troppo eloquenti sono state le parole di Ibrahim Ahmad Maqari, imam della Moschea Nazionale di Abuja: "Dovrebbe essere noto a tutti che noi musulmani abbiamo delle linee rosse che non devono essere oltrepassate. La dignità del Profeta è la prima tra queste. Se le nostre rimostranze non vengono considerate in modo adeguato, non dovremmo essere criticati per affrontarle noi stessi".

La retorica del chierico ha fatto indignare anche il premio Nobel per la Letteratura del 1986, Wole Soyinka, che nel corso di una cerimonia pubblica che si è svolta nei giorni scorsi nella capitale nigeriana ha chiesto che il religioso venga rimosso dal suo incarico. Lo scrittore è già da tempo nella lista nera di Boko Haram e dei fondamentalisti. Per lui, che ha scritto una poesia per le ragazze rapite a Chibok, i miliziani del gruppo sono solo una "macchina violenta che va distrutta" prima che trasformi il Paese in una nazione "islamizzata". Un obiettivo che non è lontano dall’essere raggiunto in alcune aree. Basti pensare, come ricorda il Council on Foreign Relation in un approfondimento, che il comando di polizia di Sokoto ha derubricato a semplice "partecipazione a disordini pubblici" l’accusa a carico dei due principali sospettati dell’uccisione della giovane cristiana, entrambi difesi da un pool di oltre trenta avvocati che sono al lavoro per scagionarli.

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