Cronache

La jihadista italiana: "Qui nelle terre dell'Isis rispettano i diritti umani"

In un colloquio con il Corriere, Lady Jihad ribadisce il suo innamoramento per lo "Stato" del terrore. "Qui comanda la legge perfetta di Allah"

La jihadista italiana: "Qui nelle terre dell'Isis rispettano i diritti umani"

Se visto da fuori il sedicente Stato islamico è luogo di orrori senza fine, dove le decapitazioni sono all'ordine del giorno, punizione per i criminali e spettacolo macabro da mostrare in una infinita sequela di filmati propagandistici, per chi i territori controllati dai jihadisti li ha raggiunti non esistono migliori condizioni in cui vivere.

Imbottiti di discorsi sul jihad e sulla bontà di ciò che si sta facendo tra Siria e Iraq, convinti che il vessillo nero sotto cui combattono i miliziani sia una sorta di idealtipo a cui tutto il mondo dovrebbero aspirare, gli accorsi allo Stato islamico non fanno mistero del loro pensiero.

È quello che si capisce nell'ascoltare, ancora una volta, la voce dell'italiana Maria Giulia Sergio, raggiunta tramite Skype da una giornalista del Corriere della Sera. Se finora la si era sentita soltanto in due lunghe intercettazioni, in un dialogo con i parenti, che aveva convinto ad abbandonare la Lombardia per partire alla volta della Siria, il tono della 28enne Fatima - questo il nome che si è scelta dopo la conversione all'islam - è oggi molto diverso.

La Maria Giulia Sergio che parlava ai genitori delle possibilità che per loro si sarebbero aperte una volta raggiunti i territori degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, in un viaggio che li aveva convinti a intraprendere, prima che finissero arrestati, con la sorella Marianna e diversi parenti del marito, l'albanese Aldo Kobuzi, ora è sulla difensiva e al contempo attacca.

"Dovresti istruirti, dovresti leggere libri sulla sharia", dice la giovane italiana, che parla del sedicente Stato islamico come di "uno Stato perfetto, perché segue la legge di Allah, il Dio Unico". Una convinzione che è ormai radicata in lei, al punto di dire che laddove comandano i miliziani jihadisti non si fa "nulla che va contro i diritti umani".

A poco servono gli esempi portati dalla giornalista, che tenta di far notare che decapitazioni e punizioni corporali, di cui si fa abbondantemente uso nei territori dell'Isis, tutto sono tranno che metodi conformi ai trattati internazionali. "Noi, quando decapitiamo qualcuno, e dico noi perché anche io faccio parte dello Stato islamico - dice la Sergio -, quando facciamo un'azione del genere lo facciamo agendo in base alla sharia". Che dal suo punto di vista, a quanto pare, tutto giustifica.

Le sue parole, infarcite di una manciata di vocaboli in arabo sempre presenti sulle labbra di chi attinge alla fonte della propaganda jihadista, battono su temi noti: Guantanamo, la doppia faccia degli Stati occidentali, la bontà dell'applicazione delle leggi divine dal punto di vista del sedicente Stato islamico, che pure gran parte del mondo musulmano denuncia come un'aberrazione. Argomenti ripetuti all'ossessione dagli adepti dell'auto-proclamato Califfo.

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