Morto Ross Perot, il miliardario che fece perdere Bush nel 1992

Miliardario e imprenditore, Ross Perot si candidò due volte alla presidenza come indipendente dando una scossa alla politica statunitense. Nel 1992 i voti che prese (19 milioni) furono decisivi per la sconfitta di George Bush

Si è spento Ross Perot, il miliardario texano che tentò di farsi eleggere presidente degli Stati Uniti per ben due volte. Malato di leucemia, aveva 89 anni. Si candidò da indipendente, sfidando l'egemonia dei Democratci e dei Repubblicani. Nel 1992 ottenne un ragguardevole risultato, pari a poco più di 19milioni e 643mila voti (19%). Un vero e proprio record per un indipendente, dopo il 27% di Theodore Roosevelt (1912). Addirittura in due stati (Maine e Utah) arrivò secondo come numero di voti. Ma per la legge elettorale americana tutti quei consensi non gli valsero neanche un delegato e, a conti fatti, costarono la rielezione al presidente George Bush. Quattro anni dopo ci riprovò ma si fermò all'8,4% (8 milioni di voti) con il suo Reform Party.

Dopo l'Accademia navale e la ferma obbligatoria di 4 anni, decise che la vita militare non faceva per lui e si congedò con il grado di sottotenente. Nel 1957 iniziò a lavorare per la Ibm, che lasciò cinque anni dopo per fondare una sua impresa (grazie anche al prestito che gli fece sua moglie) la Electonic Data System, specializzata nell'elaborazione dei dati. Le cose gli andarono bene visto che firmò alcuni contratti con il governo federale per la gestione dei documenti di Medicare (il programma di copertura medica pubblica). Nel 1968 la Eds fu quotata in borsa e le azioni, collocate a 16 dollari, schizzarono a 160. Ross Perot si conquistò, così, la copertina di Fortune.

Un anno dopo, nel 1969, un episodio che fece parlare molto di lui: tentò di far consegnare del cibo ai prigionieri americani in Vietnam. Un tema, quello dei prigionieri di guerra, che iniziava ad essere molto sentito dalla popolazione. Dieci anni dopo, nel ’79, finanziò un commando per liberare due suoi dipendenti tenuti prigionieri in Iran. La storia ispirò un libro di Ken Follett (Sulle ali delle aquile) e un film. Venduta la sua azienda nell’84 alla General Motors, incassò la cifra record di 2,5 miliardi di dollari, divenendo uno degli uomini più ricchi d'America.

Per annunciare agli americani la sua candidatura scelse lo studio tv di Larry King, sulla Cnn. L'idea che un miliardario potesse diventare presidente piacque, anche perché quel miliardario aveva idee interessanti. Il suo successo, come già accennato sopra, fu decisivo per la sconfitta del presidente repubblicano. Quattro anni dopo Ross Perot ci riprovò, ma le cose non gli andarono altrettanto bene, anche perché (quando i social network ancora non esistevano e Internet si affacciava sul mondo) fu penalizzato dalla decisione delle tv di non invitarlo ai dibattiti in tv. Ross Perot uscì di scena e si dedicò alle opere di beneficenza e filantropia. Nel marzo 2019 Forbes lo aveva inserito al numero 478 della lista degli americani più ricchi, con un patrimonio di 4,1 miliardi di dollari.

Ross Perot fu il primo a sdoganare, nell’immaginario collettivo degli statunitensi, l’idea che un miliardario lontano dalla vita politica e fuori dalle regole di palazzo potesse andare alla Casa Bianca, travolgendo gli schemi e i delicati equilibri di Washington. Per certi versi, dunque, fu un antesignano del fenomeno Trump.

Commenti

ILpiciul

Mer, 10/07/2019 - 08:21

Io l'ho seguito ai tempi del suo tentativo di farsi eleggere. E' stato un grande americano non fosse altro perché aveva già capito (e per quanto possibile ha cercato di informare i suoi connazionali) la peste della delocalizzazione delle aziende americane con conseguente crollo dei posti di lavoro. Poi, se avesse vinto lui, che sarebbe stato mille volte meglio di colui che ha vinto, forse non sarebbe esistita la guerra inutile contro la Srbya.