"Pronto per il Valhalla". Le confessioni di un volontario di Azov

In Valhalla Express (Italia Storica), "Woland" racconta la sua conversione al Social-Nazionalismo. E la guerra insieme ai "camerati" del Battaglione Azov

"Pronto per il Valhalla". Le confessioni di un volontario di Azov

Il suo nome è "Woland". O almeno è così che il volontario ucraino del Battaglione Azov si faceva chiamare in battaglia. Ed è così che ha deciso di firmare il volume Valhalla Express (Italia Storica), portato nel nostro Paese da Andrea Lombardi.

Non sappiamo nulla di "Woland". O quasi. Di lui conosciamo il luogo di nascita (Černihiv, nel nord del Paese) ma non gli anni. Sappiamo che ha partecipato all'Euromaidan e che si è unito alla Seconda compagnia del Battaglione Azov, combattendo a Mariupol, Ilovais'k e Shyrokyne. E, infine, ammesso e non concesso che sia ancora vivo, che dall'estate del 2015 "Woland" è diventato uno dei responsabili della sezione di Černihiv del Corpo civile "Azov". Questa è la sua biografia. O meglio: questa è la cornice nella quale dobbiamo inserire il quadro della sua vita, raccolto appunto in Valhalla Express.

Un'infanzia (quasi) normale

"Woland" è un ragazzo come tanti. Studia e non va nemmeno male a scuola. Non sarà uno stakanovista dei libri, ma i risultati li porta a casa. E questo è quello che conta. Desidera per sé una vita normale, borghese ("sognavo una famiglia, un lavoro, un'auto..."), ma qualcosa va storto. Quando, al terzo anno di università, una professoressa russa insiste nell'affermare che "i Khokhly (termine dispregiativo russo per indicare gli ucraini, ndr), come ci aveva battezzato, erano i responsabili di tutti i problemi del popolo russo". "Woland" si oppone, ma con scarsi risultati. Anzi, ne ottiene solo uno: viene convocato, insieme alla professoressa, dal vicepreside. Tra le tante parole che i due gli riversano contro, ce ne sono solo due che gli rimangono impresse: Mein Kampf. Certo, il ragazzo le ha già sentite pronunciare. Sa che quel testo è stato scritto da Adolf Hitler, ma non lo ha mai letto. Si mette così a cercare il volume e lo trova. Inizia a leggerlo e ad apprezzarlo. Ma poi finisce nel dimenticatoio. Almeno per un po'. "Woland" viene espulso dall'università e si avvicina all'estrema destra ucraina: "Avevo solo delle domande e stavo cercando delle risposte. Mi hanno fatto leggere i libri giusti e in rete ho trovato i forum di organizzazioni di tutti i generi", si legge in Valhalla Express.

Patriota dell'Ucraina

"Woland" è un eterno insoddisfatto. Cerca qualcosa senza trovarlo mai, almeno fino a quando non incontra i "Patrioti dell'Ucraina", un'organizzazione paramilitare ucraina: "All'epoca, (...) erano molto diversi da tutte le altre organizzazioni di destra. La struttura era militare con una gerarchia, una disciplina e una ideologia chiara", scrive l'autore in Valhalla Express. La loro ideologia affondava le radici nel "social-Nazionalismo Razziale Ucraino, da non confondere con il Nazionalsocialismo". Per noi è un gioco di parole. Per "Woland", le due ideologie sono completamente diverse: "Il Social-Nazionalismo è esattamente nazionalismo, ma modellato su basi sociali, il tentativo di costruire uno Stato nazionale sui principi della giustizia sociale. E il Nazionalsocialismo è, per quanto terribile possa suonare per qualcuno, puro socialismo, ma in uno stato peculiare, con una mescolanza di identità nazionale, antisemitismo e teorie razziali. E il socialismo è una forma di passaggio tra il capitalismo e il comunismo, avendo in sé tutti gli aspetti negativi del primo e del secondo fenomeno". Questo è il pensiero di "Woland". Non c'è solo la teoria per i "Patrioti dell'Ucraina". C'è anche la pratica. Tanta pratica, fatta di esercitazioni e marce militari, alcune delle quali estenuanti. Gli aderenti a questo gruppo sognano un'Ucraina diversa. Socialnazionalista. O nazionalsocialista. E fanno di tutto per riuscirci: "All'epoca abbiamo provato per ben due volte a far scoppiare la rivoluzione, non iniziandola, ma cercando di metterci a capo di essa". I risultati però non arrivano. L'occasione giusta arriva con l'Euromaidan.

Euromaidan

Tra la fine di dicembre del 2013 e i primi mesi del 2014, Piazza Indipendenza a Kiev è piena di persone. Protestano, inizialmente pacificamente, contro Viktor Janukovich. L'allora presidente ucraino stava avvicinando l'Ucraina all'Unione europea ma poi, dopo esser stato richiamato da Mosca, si rimangia tutto. L'insoddisfazione è grande. Gli ucraini, soprattutto gli studenti, scendono in piazza. La polizia, almeno inizialmente, tollera le proteste. Certo, le manganellate non mancano. Ma tutto sembra rientrare nella "normalità". Poi, però, i toni si alzano. E gli esponenti di estrema destra intravedono nella protesta una possibilità: "Ci facevamo passare per normali sostenitori della Ue e rifornivamo il nostro gruppo con quelle vettovaglie". Gli scontri con le forze dell'ordine si fanno sempre più intensi. E Pravy Sektor, il gruppo di estrema destra ucraino, inizia a diventare un punto di riferimento per molti, compreso "Woland": "Ci fabbricavamo dei giubbotti antiproiettili artigianali, degli scudi e sceglievamo gli occhialoni di protezione più adatti. All'epoca sulla piazza Maidan si cantava ogni ora un inno e si ascoltavano i pagliacci dell'opposizione sul palco, mentre a noi non era nemmeno consentito avvicnarci. La parte attiva della folla costruiva barricate trasformando la Maidan in una specie di fortezza".

Fino a quando non arriva il momento di Pravy Sektor, che si mette in marcia: "Abbiamo tutti un aspetto minaccioso - racconta "Woland" - Si vede chiaramente che non siamo lì per cantare inni e per ballare. I sostenitori delle proteste pacifiche cercano di fermarci, bollandoci come provocatori, ma siamo ormai inarrestabili. Li spingiamo via, quelli più violenti di loro rimediano una botta in testa". Si fanno strada con la forza e ottengono ogni giorno di più maggiore consenso: "Un piccolo gruppo di persone, in certe circostanze e decisioni, può dirottare la protesta nella direzione desiderata". E così è anche in Maidan. I gruppi di estrema destra cavalcano la rivolta. Dopo anni di insuccessi, questa volta riescono a raggiungere i loro obiettivi.

Il battaglione Azov

Quel che è successo dopo i fatti dell'Euromaidan è noto. Guerra. Soprattutto nel sud del Paese. "Woland" non si tira indietro e si arruola come volontario nel neonato Battaglione Azov: "Ci raggruppiamo e ascoltiamo il discorso del comandante di Battaglione. Le sue parole mi colpiscono profondamente. Non sono un pagano, ma immagino i miei antenati che mi aspettano nel Valhalla, anche se non avevo ancora tnata voglia di vederli. In battaglia! Tutti corrono verso il mezzo di trasporto. Il cielo si sta schiarendo. Echeggia il grido: 'Al Valhalla!'. Si sta formando un convoglio, andiamo verso il nostro primo combattimento". E ne vedrà tanti, Woland. Soprattutto a Mariupol, dove oggi si trova, chiuso dentro l'acciaieria Azovstal, quel che resta del Reggimento Azov.

In otto anni di conflitto, il battaglione Azov combatte nelle aree più calde del Donbass. È uno dei reggimenti più duri e, secondo diversi rapporti dell'Osce e di Amnesty International, si macchia anche di crimini terribili. In particolare, il battaglione farebbe uso ricorrente di torture fisiche e psicologiche.

Gli uomini neri (ieri e oggi)

Questa è la storia di "Woland". Una storia che ci porta ai giorni nostri. Quando, nel 2014, Fausto Biloslavo andò in Ucraina documentò non solo i fatti dell'Euromaidan, ma anche la nascita di Azov. Ne uscì un reportage intitolato Gli uomini neri, "per il colore delle loro divise e perché fanno parte dell'estrema destra ucraina ed europea".

Come Francesco F., con un passato in Avanguardia nazionale: "Sulle barricate di piazza Maidan mi sono ritrovato per caso affascinato da una rivoluzione di popolo. E dalle giovani centurie di Pravi sektor (formazione dell’estrema destra nazionalista ucraina nda) con gli scudi medievali assieme alle babucke che portavano il tè a 17 sotto zero o le ragazze indaffarate a riempire di benzina le bottiglie vuote per trasformarle in molotov. Nel momento del pericolo è scattata una molla – spiega nella base degli uomini neri – Come diciamo in Italia era finita la commedia. Non era più un gioco. Cosa dovevo fare tornarmene a casa e abbandonare i camerati delle barricate di Maidan?". Come Francesco, anche tanti volontari da tutto il mondo, molti dei quali avevano simpatie per il nazismo.

Oggi, Azov non è più un battaglione, ma un reggimento. Ha cambiato pelle. Almeno apparentemente. Ma le sue canzoni continuano ad inneggiare a Stepan Bandera, collaborazionista ucraino. Nel suo stemma campeggiava il sole nero (ora rimosso), usato prima dalla Società Thule e poi dalle SS. Resta, invece, dopo un accurato restyling grafico, il Wolfsangel, l'amo per lupi, che fu l'emblema iniziale del partito nazionalsocialista e uno dei tanti simboli runici usati dalle SS. Uomini neri, li aveva definiti Biloslavo tanti anni fa. Forse lo sono anche oggi. Solo che non fanno più paura.

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