Siria, se l’attivismo militare di Mosca va di pari passo con quello di Washington

Gumer Isaev, ricercatore dell’Università di San Pietroburgo, spiega perché la crescita del coinvolgimento russo nella crisi siriana, non è solo legato all’Isis, ma anche alle ultime mosse di Washington nella regione

Siria, se l’attivismo militare di Mosca va di pari passo con quello di Washington

Truppe russe sarebbero arrivate in Siria per sostenere l’esercito di Assad che arranca sempre di più sul terreno: questo è quanto affermano i quotidiani britannici Times e Daily Telegraph. Quest’ultimo pubblicando le immagini di aerei di guerra russi, ripresi nei cieli della provincia di Inlib. Le notizie dell’invio di contingenti russi in Siria sono state subito smentite da Mosca. Tuttavia, una crescita del coinvolgimento militare russo nel conflitto siriano è ipotizzabile ed è probabilmente dovuto alla crescita dell'attivismo statunitense in questo scenario.

“La crescita del coinvolgimento russo nella crisi siriana è legato a diverse ragioni”, spiega infatti il Dott. Gumer Isaev, ricercatore dell’Università di San Pietroburgo ed esperto di Medio Oriente, “ed è prima di tutto una risposta alla crescita dell'attivismo degli Stati Uniti e dei loro alleati, in particolare la Turchia, nella lotta allo Stato Islamico in Siria. La Russia teme infatti che il reale obbiettivo dei raid turco-americani non sia combattere l’Isis, ma rovesciare Assad. In secondo luogo ci sono le informazioni che arrivano dal campo di battaglia, che non sono a favore dell’esercito siriano, costretto a cedere sempre più terreno agli jihadisti”. “La terza ragione”, spiega il ricercatore, “è infine legata all’accordo sul nucleare iraniano, riconosciuto da molti esperti come un punto di svolta nelle relazioni tra Usa e Iran, che potrebbe dunque influenzare molti scenari, incluso quello siriano”.

Un maggior coinvolgimento militare russo potrebbe verificarsi anche in relazione all’annuncio di Putin di voler costituire una nuova coalizione regionale anti-Isis che includa anche Damasco e Teheran. Ma, secondo Isaev, è poco probabile che in Siria compaiano, nel futuro più immediato, stivali russi sul terreno: “non credo in un intervento diretto dell’esercito russo, anche se è certa la presenza in Siria di un gran numero di strateghi e consiglieri militari russi, perché Mosca e Damasco hanno una lunga storia di cooperazione militare”. “La Russia”, continua il ricercatore “vuole organizzare la sua coalizione anti-Isis per non concedere agli Stati Uniti il monopolio nella lotta al Califfato nella regione e per proteggere Assad, mentre al contrario gli Stati Uniti cercano di indebolire Assad con i raid anti-Isis: i veri obiettivi si nascondono sotto l’idea di combattere il terrorismo”. In più, secondo il ricercatore, “la Russia è sempre stata contraria a qualsiasi violazione dei confini siriani e supporta la posizione di Damasco, che si oppone a qualunque tipo di intervento militare straniero in Siria”.

In particolare quindi, a spaventare Mosca potrebbero esserci sia i nuovi accordi militari operativi tra Stati Uniti e Turchia per il contrasto allo Stato Islamico in territorio siriano e, non ultimo, il coinvolgimento dell'intelligence statunitense, con la campagna segreta di attacchi mirati contro l'Isis condotti attraverso i droni, lanciata dalla Cia e svelata ieri dal Washington Post. “La strategia americana in Siria”, spiega Isaev, “ è basata sulla classica idea di usare le forze locali, come le diverse fazioni ribelli, sostenendole con armi e addestramento, o con il supporto aereo durante le azioni: può considerarsi una buona tattica ma non nel lungo termine”. “L’esempio della Libia” continua infatti il ricercatore, “ha mostrato come questi elementi, non appena raggiungono il potere, iniziano a combattersi a vicenda frantumando il Paese in una serie di 'città Stato’ in lotta fra loro, ed in Siria, allo stesso modo, l’opposizione è divisa in sottogruppi con ideologie diverse, uniti soltanto dall’idea di rovesciare Assad”. “Per questo”, prosegue, “è facile prevedere cosa succederà dopo la vittoria di queste opposizioni: inizieranno una nuova battaglia per il potere e la Siria si trasformerà nello stesso Stato fallito che è oggi la Libia”. Per evitare un simile scenario è dunque necessario, secondo l’esperto russo, “che finiscano le interferenze esterne nella politica mediorientale, sia che si tratti di interventi diretti che di iniziative di supporto ai movimenti separatisti ed anti-governativi”. In questo senso, infatti, secondo il ricercatore dell’Università di San Pietroburgo, i risultati degli interventi militari in Iraq, in Libia e in Siria, sono “esempi viventi degli errori strategici di alcuni governi occidentali in Medio Oriente”.