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Il "velo" di ipocrisia delle femministe sulle proteste in Iran

Ieri a favore del velo, oggi con le donne iraniane. Il cortocircuito di vip e influencer, che tacciono su ciò che accade in molte periferie europee, dove i diritti delle donne sono minacciati da salafismo e dall'islam politico

Il "velo" di ipocrisia delle femministe sulle proteste in Iran

C'è un "velo" di ipocrisia nel sostegno di femministe, vip e influencer occidentali alle (sacrosante) proteste che si stanno svolgendo in Iran contro il regime degli Ayatollah. Nella Repubblica Islamica, infatti, a più di due settimane dalla morte della 22enne Mahsa Amini, la giovane deceduta in una caserma dopo essere arrestata dalla polizia iraniana per aver indossato il velo in modo "improprio", donne e ragazze sono scese in strada per chiedere riforme sociali, civili ed economiche. Si tratta di proteste senza precedenti, le più grandi dal "movimento verde" del 2009, oggetto di una repressione sistematica da parte del regime di Teheran. Come nota il Time, le proteste sono state raccontate da molti media come la rivolta delle delle donne iraniane all'obbligo di indossare l'hijab: tuttavia, ciò che sta accadendo in Iran non deve essere ridotto all'obbligo di indossare il velo, introdotto dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, ma si tratta di una protesta più ampia a favore dell'emancipazione delle donne in uno stato teocratico in cui è in vigore, per costituzione, la legge islamica.

L'ipocrisia delle femministe occidentali

Teheran ha accusato Washington di essere il "motore" delle proteste antigovernative: un modo per far leva sul sentimento antiamericano della popolazione, una vecchia - e abusata - strategia comunicativa e politica che, questa volta, non sembra funzionare. D'altro canto, a sostegno delle proteste delle donne nella Repubblica Islamica, in occidente decine di attrici e vip - tra le quali le francesi Juliette Binoche, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Isabelle Adjani, e le cantanti Pomme e Angèle - si sono tagliate una ciocca di capelli in segno di solidarietà. Lo stesso sta accadendo in Italia con il medesimo gesto condiviso da Luciana Litizzetto e Belen Rodriguez e da tantissime altre. Rispondendo a un'iniziativa del programma Le Iene, infatti, anche donne e attrici italiane hanno postato video in cui si tagliano una ciocca di capelli da inviare all'ambasciata iraniana a Roma.

"Il taglio dei capelli è una vecchia cerimonia usata in Iran e in altri paesi limitrofi. Significa “lutto”: quando ci si trova di fronte a una grande tristezza o rabbia, allora ci si tagliano i capelli. È come ignorare il proprio senso estetico o la propria bellezza per far vedere che si è tristi. Adesso questo è diventato simbolico" ha sottolineato Litizzetto su Instagram. Tutto giusto e coindivisibile. Se di per sé appare una manifestazione di solidarietà giusta, c'è un "velo" di ipocrisia, per usare un gioco di parole, in tutto questo. Vediamo perché.

Ieri a favore del velo, oggi con le donne iraniane

Chi non nutre simpatia verso giovani donne che protestano per la loro libertà? Il presupposto è corretto. C'è un problema, però, anzi due. Il primo: dove sono finite tutte quelle che fino a ieri definivano l'hijab come un simbolo femminista nel nome di un certo relativismo culturale? Quelle che, nel 2021, sostenevano la campagna "Giù le mani dal mio hijab", in Francia, nella quale le stesse influencer e modelle che oggi prendono posizione a favore delle donne iraniane protestavano contro il progetto di legge che voleva vietare l'uso di simboli religiosi tra i giovani e nelle scuole? Come racconta Alessandra Benignetti su IlGiornale, nella stessa Francia delle attrici che solidarizzano con le ragazze iraniane, sono decine gli account che stanno sponsorizzando tra gli studenti l’hijab, l’abaya, cioè la veste femminile che copre tutto il corpo, e l'equivalente maschile, il qamis, diffondendo trucchi per aggirare le regole che vietano di presentarsi in classe con il velo. Perché nessun influencer o attore prende posizione contro questo?

E allora, forse, si sostiene una giusta battaglia all'estero, dimenticando colpevolmnente ciò che succede in patria, in Francia, in particolare, ma in tutta Europa e, soprattutto, nelle periferie delle grandi città. Forse perché, soprattutto per vip e influencer, è più facile aderire a una campagna mediatica di questo tipo e pulirsi la coscienza che non prendere una posizione che potrebbe apparire "politicamente scorretta". Eppure anche le donne che vivono nei quartieri impossibili di Rinkeby e Rosengård o nelle banlieue francesi, fucina del salafismo e di una visione dell'islam sunnita ancora più radicale, pericolosa e oscurantista di quella della Repubblica Islamica, dove vige la shari'a islamica, meriterebbero la stessa solidarietà e vicinanza. Luoghi dove i diritti sono minaccati forse più che nella Repubblica Islamica e dove la tanto citata "mentalità patriarcale" è fortemente radicata. Dove esiste un islam politico marcatamente conservatore.

È il multiculturalismo, bellezza. A Bruxelles, per fare solo un esempio, oltre l'80% dei musulmani, secondo una ricerca di qualche anno fa citata da Foreign Affairs, pensa che le donne dovrebbero lavorare meno "per il bene della propria famiglia", mentre solo il 37% dei non musulmani è d'accordo. Come spiega Rafaela M. Dancygier, il "risultato è uno scontro di valori, che si svolge più spesso nelle città, dove le comunità musulmane hanno replicato i legami del villaggio, le strutture patriarcali e le pratiche religiose dei loro paesi d'origine accanto a enclave laiche e progressiste". Ma su questo tutto tace. Più facile e comodo concentrarsi su ciò che accade a Teheran e dintorni.

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