C' è un celebre dilemma morettiano ("mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?") che pare scritto apposta per lo storico dell'arte Tomaso Montanari. Il rettore di Siena ha sciolto il nodo a Otto e mezzo: si nota di più se ci si dimette, possibilmente in diretta tv. Così ha lasciato il Comitato scientifico degli Uffizi denunciando la "lottizzazione del patrimonio" da parte di un governo che si riempie la bocca di "nazione" mentre pratica la "fazione", e che (gran chiusa) avrebbe affidato la patria culturale a patrioti intenti a distruggerla. Il copione è noto: cambia la maggioranza, cambiano le poltrone, e chi le perde scopre d'improvviso la verginità dell'arte. Stagione dei super-direttori compresa, ma quella non si cita volentieri. La parte gustosa arriva dalla risposta del ministro. Alessandro Giuli, anziché difendersi, accoglie le dimissioni con una citazione di Togliatti: "Montanari se n'è ghiuto, e soli ci ha lasciato". Colpire l'egemone con il canone dell'egemonia è mossa da fioretto. Poi la stoccata sulla "incompresa caratura intellettuale" dell'esimio professore, dimissionario per ragioni "al di sotto di ogni sospetto". Che cattiveria! Montanari è famoso per le sue prese di posizione politiche ma anche per i suoi studi imprescindibili su... ehm, niente. Non siamo di fronte a un Roberto Longhi, per intenderci, si parva licet etc. ma questo è un caso in cui non licet. Ma il vero autogol Montanari lo segna da solo. Per dimostrare la sciatteria delle nomine ammette che, in mezzo ai profili politici, è stata chiamata "una storica dell'arte importante". Importante, dunque competente. È Carmen Bambach, curatrice al Metropolitan.
Che il professore la usi come "foglia di fico" non cambia il dato: l'unica obiezione seria (il possibile conflitto d'interessi su eventuali prestiti) costringe l'accusatore a certificare la statura della nominata. Resta da capire se Montanari, dimettendosi, si sia notato di più davvero. Di sicuro ha fatto notare gli Uffizi. E pure il ministro.