Abdullah Ibrahim, l'ultimo colosso del jazz, se n'è andato nella serata di lunedì, dopo una breve malattia. Il grande pianista sudafricano, che da tanti anni viveva in Germania, è scomparso all'età di novant'anni. Dollar Brand, il nome che si era scelto come musicista quando aveva quindici anni, si era convertito all'Islam nel 1968. Da molto tempo i famigliari e gli appassionati lo chiamavano semplicemente Ibrahim. La produzione discografica e l'attività concertistica sempre più rara, viva però anche durante la Pandemia (allorché esegui l'album Solotude al piano in una sala da concerti vuota), ne avevano fatto negli ultimi anni una sorta di mistico del silenzio, immerso nell'atmosfera calda e meditativa delle note blu. Suonava ormai una musica dove le pause, gli echi e la dilatazione del vuoto sembravano essersi sostituite alla forza della melodia.
Nella sterminata discografia di Dollar Brand ci sono album di solo piano che cominciano con semplici note di swing, come fossero suonati in un vecchio club di Soweto, e poi s'increspano in momenti di improvvisazione radicale, per rifluire in passaggi emozionali che anticipano il lirismo di Keith Jarrett. Lavori per ensemble allargati sino a dodici elementi, come African Marketplace (1979), e ancora dischi percorsi da un jazz elettrico non dissimile da quello dei Weather Report, che sembrano lambire il pop.
Il brano manifesto della sua produzione resta però Mannenberg, simbolo del Cape jazz. Osteggiato dal regime dell'Apartheid, Dollar Brand si era allontanato sin da ragazzo dal Sudafrica, entrando nel giro dei musicisti di Duke Ellington. In America si era fatto apprezzare per l'originalità di uno stile in cui l'elemento ritmico, la cantabilità degli assoli, la centralità del pianoforte, sembravano far rivivere l'imprevedibilità di Thelonius Monk. Rientrato in patria all'inizio degli Anni Settanta, Ibrahim aveva osservato il clima di feroce repressione delle township in cui venivano segregate le famiglie di neri e meticci. Nel 1974 aveva dato vita a una grande improvvisazione jazzistica, con l'idea di fondere il jazz americano, i ritmi urbani delle comunità africane e il marabi, la musica delle sale da ballo. In sala di registrazione sistemò delle puntine da disegno ai martelletti del pianoforte, per ottenere un timbro metallico funk, che sapesse di strada. Sulla spontaneità del suono colto dal vivo in studio, senza nessuno schema, si eleva il sax di Basil Coetzee, in un assolo maestoso che sembra tracciare un volo.
Mannenberg divenne così l'inno della lotta contro l'apartheid, senza contenere una sola parola. Mandela lo ascoltava per giornate intere, cogliendovi il riscatto poetico di un'identità oppressa, più forte di ogni retorica politica e dei suoi slogan.