Il volto da ragazzino e una maturità da uomo vissuto. La leggerezza fuori dalla pista e la massima serietà quando indossa il casco e abbassa la visiera. I suoi vent’anni e una stagione gestita da veterano. Quanti opposti vivono dentro la stessa persona, il nuovo campione del mondo: Kimi Antonelli. È arrivato in Australia come il giovane talento che con la macchina migliore in griglia doveva dimostrare di essere all’altezza della F1 dopo un primo anno con più ombre che luci, tanto che Russell nemmeno lo considerava un rivale per il titolo. La vittoria in Cina, la prima della carriera, è stata lo slancio per una rincorsa al titolo che in Italia manca dal 1953 con Ascari, anche se Mario Andretti (italo-americano) ha di recente affermato che l’ultimo azzurro a trionfare è stato proprio lui in quel magico 1978. Dopo Shanghai sono arrivate altre otto gemme marchiate Antonelli: Suzuka, Miami, Canada, Monaco, Spa, Monza, Madrid e Austin.
La tripletta europea ha di fatto messo la parola fine a due diverse questioni. Innanzitutto alla lotta mondiale, perché con la rimonta nel Gp d’Italia, da diciannovesimo in griglia, Kimi ha annichilito il compagno Russell e spento qualsiasi sua velleità di rimonta. E in contemporanea, a tutte quelle chiacchiere da bar che avevano accompagnato il suo arrivo in F1: «Davvero troppo giovane», «che errore ha fatto Toto a prenderlo», «George ne farà un boccone». Discorsi da bar, appunto. Perché poi la pista ha detto tutt’altro, ovvero che Antonelli è uno di quei talenti che madre natura sceglie e bacia fin dalla nascita. Di quelli destinati a fare grandi cose, spingendosi sempre un po’ più in là perché la parola accontentarsi non fa parte del loro vocabolario. Non è un caso se due fuoriclasse come Lewis e Max fanno il tifo per lui, lo stimano e lo elogiano: in lui rivedono loro stessi. Ma questo trionfo non è figlio unico del talento, se bastasse solo quello chissà quanti abili piloti avrebbero vinto dei mondiali che invece non hanno mai nemmeno sfiorato. Ci vuole costanza e Kimi l’ha avuta, a podio 15 volte su 18 gare prima del Messico. Bisogna convivere con la pressione, ma lui ci ha camminato a braccetto come fosse la sua fidata compagna di viaggio. Serve il desiderio di continuare ad apprendere per migliorarsi, che a lui non manca. Le ore passate al simulatore, l’analisi di dati e telemetrie e lo studio della guida degli altri piloti perché tutto fa brodo. Ci deve essere anche disciplina, e qui garantisce per lui Toto Wolff che lo ha definito «l’alunno perfetto».
Questo mondiale di Antonelli è un’opera d’arte a tutto tondo, un David di Michelangelo o una Notte stellata di Van Gogh, di quelle che più le guardi e più ti innamori perché ne comprendi la grandezza. Ecco, a proposito di grande. Lui non lo è di statura e nemmeno anagraficamente, ma lo è come pilota e in quanto tale il suo sguardo è già pronto ad andare oltre, per fare di questo successo un punto di partenza e non la meta finale del suo viaggio. Adesso che l’aritmetica lo lascia finalmente tranquillo, però, è giusto fermarsi un attimo, festeggiare e godersi a pieno questo trionfo che, dopo le lacrime dell’anno scorso (a Budapest quando venne eliminato in Q1), ha un sapore ancora più dolce. «Sogna ragazzo sogna», canta Vecchioni. Fallo anche tu Kimi. Ma con gli occhi aperti, perché è tutto stupendamente reale.
