Mario Lavezzi, quali sono state le sue sliding doors, il bivio che le ha cambiato la vita professionale?
«Beh forse la cartolina per partire a militare».
Addirittura?
«Sì ero nei Camaleonti, gruppo popolarissimo, facevamo 250 concerti all’anno. Pensavo di avercela fatta. Poi, senza aspettarmelo perché pesavo 62 chili ed ero considerato rivedibile, sono finito nel Quinto Reggimento Aosta a Messina e pensavo fosse finita. Poi ho capito il significato del tormento per un artista. Grazie a quello ho scritto con Mogol e Minellono Il primo giorno di primavera per i Dik Dik, con gli arrangiamenti di Lucio Battisti che si inventò una modulazione di tono».
Risultato?
«Fu il mio primo, vero successo. Senza la naja forse sarei rimasto nei Camaleonti chissà per quanto».
E invece no. Da quel momento Mario Lavezzi ha spiccato il volo e oggi è uno dei tesori della musica d’autore italiana. Compositore, cantautore, produttore, è uno dei nomi che accompagnano la storia di alcune delle canzoni più preziose, da E la luna bussò a Vita o Varietà. Quando parla, Mario Lavezzi ha il tono pacato e sorridente di chi non si prende troppo sul serio, ride e scherza ricordando momenti del passato così straordinari che viverne anche solo uno renderebbe orgoglioso chiunque. Forse per questo martedì primo settembre, a Lerici, riceverà il Premio Tenco non con una motivazione qualsiasi ma con quella riservata a chi «ha impresso un segno importante nella storia della canzone italiana. Dalle radici beat nei Camaleonti all’esperienza d’avanguardia con Flora Fauna e Cemento, la sua parabola artistica è la testimonianza di una rara sensibilità nell’architettura del suono». Milanese, settantotto anni, sposato con la splendida Mimosa, ha lo stesso fisico impeccabile e lo stesso sorriso sornione di quando era nei Trappers con Bruno Longhi e Teo Teocoli. In sessant’anni ha composto e prodotto musica per le prime donne del nostro pop, da Loredana Bertè a Fiorella Mannoia, Marcella Bella, Laura Pausini fino a Ornella Vanoni, tanto per citarne qualcuna, diventando insomma uno dei più autorevoli custodi della tradizionale musicale italiana.
A proposito, oggi come vede la musica italiana?
«Oggi nelle major discografiche mancano i direttori artistici e interessa soprattutto far crescere i bilanci. Non si fanno più investimenti a lungo termine. Solo Sugar e Carosello continuano a farlo. Ad esempio Lucio Corsi era sotto contratto con la Sugar da cinque anni prima del grande successo a Sanremo...».
Come si aspetta il prossimo Sanremo?
«Deve ricordarsi di essere il Festival della Canzone come Cannes e Venezia sono quelli del cinema. Spero che Stefano De Martino e Fabrizio Ferraguzzo facciano scelte di qualità, non soltanto pensando ai follower o alle visualizzazioni».
Com’è nata la sua amicizia con Lucio Battisti?
«Soprattutto alla Numero Uno, la casa discografica sua e di Mogol. Io ci andavo ogni mattina e lì si incontravano tanti grandi artisti da Bennato a Pappalardo a Tozzi, ci si scambiava idee, nascevano canzoni. Ad esempio ho fatto i cori in due pezzi di Lucio, E penso a te e Il mio canto libero».
Dopo ci fu il suo rapporto con Loredana Bertè, sentimentale e professionale.
«Abbiamo fatto grandi pezzi, ricordo gli scontri che abbiamo avuto per il disco Made in Italy. Eravamo allo Studio 54 di New York e lei si innamorò della band che suonava lì, i Platinum Hook, e li volle per registrare le canzoni anche se io non ero proprio d’accordo...».
E la vita insieme?
«Diciamo che, nonostante fossimo negli anni Settanta dell’amore libero, lei era gelosissima anche se io non potevo esserlo. Non abbiamo mai convissuto, anche se per esigenze di lavoro talvolta vivevamo insieme. Lei aveva preso una casa a Milano, vicino alla Pasticceria Marchesi, una sera arrivo a casa all’una di notte e lei sbamm! Mi accolse con una chitarrata sulla faccia. Comunque l’ho appena vista a cena e sta vivendo una seconda gioventù».
Ornella Vanoni?
«Ho prodotto ben undici album per Ornella e sai quante volte abbiamo discusso o litigato. D’altronde io cerco sempre di dare i consigli giusti agli artisti con i quali lavoro. Non sono uno yes man come tanti altri. Quindi non solo in studio ma anche dopo i concerti mi permettevo di dire ciò che non aveva funzionato...».
E lei?
«Ogni tanto si lamentava: eh ma non mi dici mai cose belle».
C’è la firma di Mario Lavezzi anche in due capolavori: Vita e Varietà.
«Mogol scrisse il testo di Vita dopo essersi innamorato di una amica di mia moglie. Lucio Dalla, che la cantò poi con Gianni Morandi, fece qualche variazione di testo, ad esempio lui cambiò rughe precoci in feroci. Era veramente l’unico cantautore manager di se stesso. Non potevo credere che proprio lui avesse scelto un mio brano. Comunque quel brano era stato offerto anche a Fiorella Mannoia e a Mina, che non lo vollero».
E Varietà?
«Ricordo che eravamo a casa mia a Porto Rotondo e Mogol vide un’anatra nell’acqua del porto e lì gli vennero i versi iniziali del brano: In questo mondo che pare proprio ormai una palude, spunti fuori come un’anatra, sull’acqua scivoli.... Giulio è sempre stato così, scrive ciò che vede e vive».
Ora dopo il Premio Tenco?
«Ho tanti progetti, come sempre. Ad esempio, dal primo lockdown in avanti, ho scritto una decina di canzoni con Mogol, ma non sappiamo a chi darle perché (lo dice amaramente - ndr) oggi sono tutti cantautori. Però mi è venuto in mente un progetto...».
Quale?
«Quello che va bene per uno che ha appena compiuto 90 anni e l’altro che ne compirà presto 80...».
