Oltre al Guccini in sé, c’è il Guccini in loro. Il Guccini percepito. Raccontato.
Propagandato. E lasciato propagandare da lui, dal Maestrone che amava «far canzoni e bere vino» quindi sapeva come funziona(va) il mondo. Se ne va in un mattino afoso il grande ritratto di un’epoca, iniziata a fine Sessanta, nella quale bisognava per forza essere da una parte o dall’altra perché se uno non stava da nessuna delle due era per forza fascista.
E quindi il Francesco Guccini che suonava rock’n’roll e scriveva «sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente» (da L’antisociale, composta a inizio anni ’60 dopo aver intervistato Domenico Modugno da cronista della Gazzetta di Modena) è diventato il simbolo di una parte della società, o meglio dell’«intellighenzia» che la rappresenta(va), ed è stato consacrato come cantore intoccabile, come portavoce di una sensibilità decisamente connotata e politicamente ben precisa.Paradossalmente è stata un’occasione persa anche per lui perché il Francesco Guccini cantautore, così voracemente curioso e così capace di comunicare, avrebbe potuto perdere per strada le stimmate politiche e restare, alla De André, nei panni di chi cantava gli ultimi lamentando che lo fossero. Tant’è.
Oggi Guccini passa alla storia come cantore di una storia a senso unico ed è forse limitante per chi ha saputo scrivere Dio è morto inserendosi, sicuramente senza volerlo, nella nicchia dell’equivoco, in quella zona grigia che può assumere qualsiasi colore. Per capirci, Dio è morto non è un brano anti cristiano, tanto è vero che la Rai lo censurò ma Radio Vaticana (su raccomandazione di Paolo VI) lo trasmise nella versione dei Nomadi eppure è diventato un tassello centrale nel mosaico del Guccini politicamente schierato. Idem per La Locomotiva, brano del 1972 ispirato alla vicenda di Pietro Rigosi, l’anarchico che nel 1893 nella stazione di Bologna lanciò sui binari una locomotiva finita poi contro alcune carrozze. Giorgio Gaber, strepitoso e pungente come sempre, disse una volta: «Tenetevi stretto Francesco Guccini: uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva può scrivere davvero di tutto». Quella canzone era un simbolo di lotta disperata e illusa contro il potere, contro tutti i poteri, che però durante gli anni di piombo fu adottata dalla sinistra come simbolo rivoluzionario diventando manifesto politico contro una sola parte. In fondo è un destino comune anche ad altri cantautori di quel periodo, obbligati poi a precisare, rettificare, correggere, spiegare. In una intervista al Corriere della Sera del 2019 disse: «Io comunista? Macché. Ero pure antisovietico. Cinque anni fa feci un endorsement per un consigliere di Leu, Igor Taruffi. Una persona che stimo molto. È di Porretta. Lui sì, viene dal Pci. Una sera gli ho detto che non sono mai stato comunista. Ha fatto una faccia...». E anche al Giornale nel 2017, parlando su di una seggiola dell’Osteria delle Dame, piccola locanda bolognese nella quale negli anni Settanta trovava ispirazione e faceva bisboccia, chiese di spiegargli «quali sono le mie canzoni politiche»: «Credo di aver sempre scritto canzoni esistenziali, non politiche. Siete voi giornalisti che dovete etichettare tutto per forza». Una presa di distanza necessaria, quasi ovvia, ma soltanto dopo decenni di confusione tollerata. Che sia o no andata così, resta il fatto che Francesco Guccini con Eskimo del 1978 è diventato un simbolo della contestazione studentesca e con Auschwitz, del 1966, anche un cantore degli orrori della Shoah cantando, ben prima della Vita è bella di Roberto Benigni, di un bambino straziato nei campi di sterminio. In sostanza, Guccini è stato l’immagine del suo tempo anche se, probabilmente, di lui sopravviveranno soprattutto i brani sganciati dall’equivoco, quelli che, come disse qualcuno, non scadono contemporaneamente alla scadenza di un’idea, di una parte politica, di un partito o di un governo. Francesco Guccini è stato anche il ragazzo privo di ancoraggi ideologici che tra il 1967 e il 1968 lavorò come pubblicitario nell’ambito del Carosello televisivo e collaborò agli slogan dell’Amarena Fabbri imperniati su personaggi come «Salomone pirata pacioccone». Un artista a tutto tondo, in pratica molto meno vincolato al mandato ideologico che a molti, probabilmente anche a lui, per decenni ha fatto comodo garantire. Ma che oggi, comunque, viene illuminato da quasi tutti con una luce sola.
