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Musica

Lucio Corsi: “La fantasia è la mia arma contro la paura dei mostri”

Un nuovo singolo in uscita e tre date nei palazzetti: il cantautore diventato celebre grazie a Sanremo parla del suo mondo e del suo brano. “Il mio Napoleone Buonanotte è un esperto di ritirate...”

Imprevedibile Lucio Corsi (nella foto di Francis Delacroix) è nato a Grosseto il 15 ottobre 1993 Nel 2025 al Festival di Sanremo si è classificato al secondo posto

Il tempo là fuori scorre in un modo, che però non è quello di Lucio Corsi. Nemmeno le regole scritte e accettate in quello stesso spazio sono le stesse dello spazio in qui si è accomodato lui. Non a caso i cappelli ampi che il cantautore toscano indossa hanno l’aspetto simbolico di isole sotto le quali proteggersi. Soprattutto, proteggere pensieri che, spiega, «filtrano tutto attraverso la fantasia e l’immaginazione». Non c’è bisogno di scomodare William Blake per capire che il mondo adulto e razionale, quello che il poeta inglese definiva «fearful symmetry», la spaventosa simmetria, non fa completamente per lui. «Non mi piace osservare il mondo fuori dalla finestra per poi dire le cose come sono in modo oggettivo. Raccontare il mondo così com’è è uno spreco, di tempo e di musica. Per me è un dovere rileggere tutto attraverso il filtro della fantasia. La fantasia ti aiuta a non avere paura dei mostri. Il caos che vediamo nel mondo è generato da potenti che, invece, preferiscono di gran lunga la paura all’immaginazione». La riflessione è decisamente lennoniana, ma è meglio non esagerare. Il 30 ottobre Lucio Corsi pubblica il suo nuovo singolo Napoleone Buonanotte, che anticipa i concerti nei palazzetti (solo tre) di novembre (il 27 al Nelson Mandela Forum di Firenze) e dicembre (il 5 al Palazzo dello Sport di Roma, l’11 all’Unipol Forum di Milano). A seguire ci sarà la scrittura del nuovo album. Festival di Sanremo? L’ha già detto: «Va maneggiato con cura, non si deve esagerare. E poi ho la testa ai live e al disco che verrà». Lucio Corsi si racconta nel suo studio di registrazione, confortevole e rassicurante come i suoi capelli, a due passi da Città Studi a Milano.

Se i suoi tempi sono diversi dai nostri, forse è inutile chiederle scadenze.

«Sono pronto al rientro, ne sono anche felice. Ma a me il tempo serve tutto per fare le cose come voglio. Dopo i concerti nei palazzetti, una dimensione inedita per me, mi metterò a scrivere e incidere».

Qualcosa l’ha già scritto, oltre al singolo, il brano Figurati un po’ che suona a destra e a manca con buona pace dei suoi discografici. Non si lamentano?

«Ho già eseguito il singolo nemmeno una settimana fa al Bar Doria qui a Milano in quelle che ho chiamato prove aperte. Nei tre live, con una band arricchita da sezione fiati, cori, percussioni, farò lo stesso, anticiperò qualche brano inedito che sarà presente nell’album. La gente con cui lavoro conosce i miei metodi: l’utilità di immergersi nei brani dal vivo prima di inciderli è essenziale. Le canzoni sono fantasmi che non si bruciano».

Chi è Napoleone Buonanotte?

«Il protagonista un po’ decadente, sicuramente glam rock ma anche folk, di una canzone narrativa: è il racconto di una fuga e di un rientro a casa. Un uomo che sembra cambiare con una storia d’amore, si toglie la pigrizia di dosso, butta la tv. Poi però, a storia finita, torna nella sua cuccia. L’immagine di Napoleone è quella di un generale che deve gestire le grandi vittorie ma anche le ritirate».

Lei ha conquistato tutti, pubblico e critica a Sanremo 2025 con Volevo essere un duro. Ora è tornato nella cuccia?

«Sanremo è stato un bagno di folla. Quell’affetto, proveniente da ragazzini così come da persone anziane, mi ha fatto bene. Quel tipo di attenzione non mi dà noia. Poi però ci sono le cose che voglio fare, cioè la musica, il pianoforte da cui non mi allontanerei mai. Il gioco lo si conosce: la gente in strada ti chiede perché non ti si vede più in tv. Devi far capire che è normale. La musica è una pratica che si affina nel tempo, che chiede tempo. Così come mia nonna ha affinato la sua ricetta dei tortellini al ragù».

Ama il suo piccolo mondo di affetti?

«I musicisti della mia band sono gli stessi con cui suonavo al liceo, gli amici sono quelli storici. I giudizi di mia mamma, spesso critici, sulle mie canzoni, contano. Poi amo anche la solitudine. È una fortuna stare bene da soli».

Per tornare al mondo là fuori: c’è rumore. Lo sente e lo vede?

«Se parliamo dei ragazzi pacifici che manifestano per un’istruzione migliore, li vedo e li apprezzo. Rifiuto invece la violenza e la distruzione. Penso che i giovani pacifici abbiano un sogno, quelli violenti ne siano tristemente privi».