Figlio del boss trucidato: arrestati gli assassini di Fortunato Sorianiello

Fermati dai carabinieri Carlo Tommaselli, il figlio Filippo, Antonio Megali ed Enrico Calcagno

Quello di Fortunato Sorianiello è stato uno degli omicidi più violenti della lotta intestina tra due clan della camorra napoletana. Da un lato, appunto, i Sorianiello di Soccavo e dall’altro i cosiddetti “emergenti”, guidati da Carlo Tommaselli, che intendeva mettere le mani sul quartiere periferico della città partenopea. Nel 2014, Fortunato Sorianiello fu assassinato a colpi di pistola in un salone da barbiere, davanti a un nutrito gruppo di persone. A distanza di sei anni, per quell’agguato, sono stati arrestati Carlo Tommaselli, il figlio Filippo, Antonio Megali, il cui fratello fu ucciso nove mesi dopo l’omicidio Sorianiello, ed Enrico Calcagno, tutti ritenuti legati al gruppo emergente.

Il provvedimento cautelare è stato emesso al termine di una mirata attività di indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica, che ha permesso di individuare, attraverso dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, riscontrate da intercettazioni telefoniche e ambientali, il ruolo ricoperto dai destinatari dell’ordinanza cautelare.

Secondo il provvedimento cautelare, Carlo Tommaselli, a capo del clan Tommaselli-Marfella, operante nel quartiere Pianura, avrebbe ucciso Fortunato Sorianiello, figlio di Alfredo detto “o’ biondo”, ex affiliato al clan Grimaldi, a causa di un contrasto insorto per questioni legate allo spaccio di droga nella zona denominata “della99” nel Rione Traiano.

Tale omicidio, peraltro, ebbe un effetto dirompente sull’assetto degli equilibri criminali nell’area Flegrea, segnando la rottura dell’alleanza strategica tra la famiglia Sorianiello e il clan Vigilia, dal momento che i primi sospettavano gli stessi Vigilia avessero consentito l’omicidio di Fortunato sul loro territorio a Soccavo.

L’uccisione di Sorianiello era balzata nuovamente agli onori delle cronache nel maggio del 2017, quando in occasione dei festeggiamenti dedicati alla Madonna dell’Arco nel rione Traiano, la processione religiosa si era prodotta in un “inchino” davanti alla casa del defunto. Un gesto che non aveva, giustamente, mancato di suscitare polemiche ed indignazione diffuse nell’opinione pubblica.

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