In principio c’erano i sassi dal cavalcavia. Nel 1996, sette persone andarono a processo per aver ucciso la 31enne Maria Letizia Berdini. Secondo il criminologo Francesco Esposito, questa vicenda sarebbe in un certo senso filosoficamente prodromica a quella della presunta “banda della minicar”. Perché forse non si tratta di un caso isolato. “Non abbiamo fatto i conti con i sassi dal cavalcavia. Come facciamo ad affrontare le sfide di oggi?”, ha scritto il criminologo in un post su Facebook.
“Quando accadde la vicenda del lancio dei sassi dal cavalcavia, e anche successivamente - chiarisce a IlGiornale Esposito - sarebbe stato necessario fare un discorso di analisi. Quella vicenda fu dimenticata: non è stata fatta su essa una grande serie tv che ricordiamo, un dibattito, è tutto è stato liquidato come un presagio di nichilismo. Eppure quella vicenda rappresenta uno spartiacque, e dobbiamo considerare che ci sono momenti storici in cui tutte le generazioni sono uguali alle altre. Le generazioni oggi sono collassate le une sulle altre, con una frattura che non si è ricomposta: e allora determinati fenomeni sociali o non li vedi arrivare, o se li vedi arrivare dai risposte di pancia, perché hai paura, non analizzi”.
Caso Minicar: possibili soluzioni
La violenza giovanile è un fenomeno che affonda le sue radici nel tempo, ma cosa si può fare? “Di fronte a queste situazioni - commenta a IlG la psicologa e criminologa Chiara Camerani - ci sentiamo impotenti e restiamo sconvolti all’idea della violenza per noia, e quindi il problema non è se la pena deve essere più o meno severa, ma come il sistema educativo, sociale e giudiziario affronta il problema della responsabilità dei minori. Forse abbiamo una tendenza eccessiva a proteggerli, a giustificarli, a evitare loro qualsiasi fallimento o frustrazione, scambiando la comprensione psicologica con l’assoluzione da tutte le condotte. I ragazzi hanno imparato che il sistema è debole e quindi possono manipolarlo e non corrono grossi rischi, per questo sono importanti i percorsi di giustizia riparativa che contemplano il confronto con il dolore che i ragazzi hanno generato. E andrebbero responsabilizzate un po’ di più anche le famiglie”.
Recupero, ma soprattutto prevenzione potrebbero essere chiavi di volta. “Se ci riappacificassimo sul fatto che è crollato il concetto di generazione - aggiunge Esposito - che non c’è più distanza, comprenderemmo che un’alleanza tra giovani adulti potrebbe essere una possibile soluzione. Oppure, come accade in alcune comunità della Sardegna o in alcune realtà di città che spesso vengono denigrate senza una profonda conoscenza dei loro comportamenti virtuosi, esiste una convivenza felice e un mutuo aiuto tra giovani e anziani. Un grande progetto in cui si decide tutto insieme e ci si accorge che non ci sono nemici: è difficilissimo, soprattutto in città. Dobbiamo parlare, perché è difficile tutto, ma va affrontato. Non bisogna cercare mostri, ma meccanismi”.
Le problematiche di gruppo
Non ancora adulti, ma non più bambini: in quell’età di mezzo che è l’adolescenza, comprendere è consapevolezza per giungere a soluzioni che possano essere preventive. Soprattutto quando le problematiche potenziali riguardano il gruppo dei pari. “Si parla in psicologia di diffusione di responsabilità - dice Camerani - Quando i giovani sono in gruppo, si attiva la dinamica del branco, della sfida a chi azzarda di più, quindi l’essere in gruppo spesso o anche in coppia a bassa molto la soglia di inibizione, a questo dobbiamo aggiungere il fatto che ovviamente ci si consolida su una propria narrazione che è quella del disimpegno morale. Sono abbastanza grandi per uscire fino a tardi la sera, per avere tutte le libertà, per cui devono essere grandi anche per assumersi la responsabilità di quello che fanno. Dobbiamo prendere una decisione come adulti, come sistema anche in senso normativo e legale: i giovani non possono essere considerati adulti quando ci pare e minori in altri casi”.
Violenza tra i giovani. Quando il divertimento si chiama tentato omicidio
Il fenomeno della violenza giovanile troverebbe il suo perché nell’attualità, nella società, senza dimenticare che anche i social network giocano un grosso ruolo. “L’iperdigitalizzazione - illustra la criminologa - altera la percezione dei gesti: in questo modo i gesti che avvengono nella realtà spesso vengono percepiti come dissociati e le logiche quindi diventano quelle dei videogame o dei social media, dell’idea della challenge, della provocazione virtuale. Chi ne resta vittima non esiste più come persona, vengono dimenticati completamente il dolore, la sofferenza, l’umanità dell’altro”.
Cosa può accadere ora in tribunale
È difficile immaginare cosa accadrà perché gli accusati nell’occhio degli inquirenti sono minorenni e perché non si tratta di una questione strettamente legata con la sicurezza stradale, ma è presente al tempo stesso anche questa componente.
“Con l’associazione ‘Mamme coraggio e vittime della strada’ proprio ieri mattina abbiamo partecipato a un’udienza in cui siamo parte civile - a carico di un maggiorenne in questo caso, al quale è contestato un omicidio volontario per dei fatti che si sono verificati nell’ambito di una dinamica stradale - ci racconta l’avvocato Pasquale Zaccariello - Quando si parla di omicidio stradale, la componente soggettiva, volitiva, dell’autore del reato è una componente colposa: chi cagiona la morte non voleva cagionarla, ma semplicemente per via del mancato rispetto delle norme sulla sicurezza stradale provoca per colpa la morte di qualcuno, quindi manca proprio la volontarietà di causare l’evento morte”.
La novità del caso della “banda della minicar” non è rappresentata solo dalla presunta volontarietà ma c’è anche dall’idea della minicar come arma. “La minicar utilizzata come strumento atto a offendere ma con la volontà di fare del male, percependo anche la possibilità di causare dei danni seri alle persone o addirittura la morte? - si domanda il legale dell’associazione che si occupa di sicurezza stradale in Campania - Chiaramente è uno scenario che va accertato in dibattimento. Attraverso le testimonianze di chi è sopravvissuto potrebbe entrare in gioco la componente soggettiva. È probabile che si potrà qualificare il tentato omicidio nell’accezione del dolo eventuale”.
E allora quali scenari si aprono: i due adolescenti saranno rinviati a giudizio? Cosa prevede la giustizia minorile in questi casi? “Il processo minorile in Italia è strutturato tutto secondo un principio di rieducazione e di recupero del minore. Nulla vieta che pm e il gip decidano o meno di applicare misure cautelari alla luce di una condotta particolarmente allarmante sotto il profilo sociale. Ma sui risvolti, sulla conclusione del procedimento penale minorile possono essere tante le soluzioni. Io credo che questa situazione potrebbe addirittura anche essere definita con una sospensione del procedimento con messa alla prova. Sono molti gli strumenti che possono consentire alle difese di trovare una soluzione a dei fatti comunque assolutamente gravi”, conclude Zaccariello.
