Il caso della chat sessista di alcuni dipendenti Atm ha fatto grandissimo clamore. Il gruppo WhatsApp, chiamato Staff Ticinese, è venuto alla luce per puro caso, solo perché una giovane donna si è ritrovata vicino a un uomo che indossava la divisa dell'azienda. È proprio lei a raccontare in un'intervista concessa al Corriere della Sera ciò che è accaduto.
La 26enne, una producer freelance, era atterrata all'aeroporto di Linate. Raggiunta la metro, sale sul tram e, non trovando posto, decide di aggrapparsi a una delle maniglie. Vicino a lei, seduto in un posto, c'è un uomo che indossa la divisa Atm. Il soggetto è completamente assorbito dal suo smartphone: sta scrivendo in una chat. Ed è proprio in questo modo che la giovane ha fatto, non volendo, l'agghiacciante scoperta.
"Mi è subito balzata all'occhio un'immagine scattata dalle telecamere di sorveglianza: era una foto ingrandita dei glutei di una ragazza", racconta la 26enne. La foto, tra l'altro, era accompagnata dal messaggio "È il mio dolce per voi".
Ignaro di essere osservato, il dipendente Atm ha continuato a entrare e a uscire dalla chat. Una chat in cui si immagina venissero rese disponibili scatti rubati a donne inconsapevoli.
"A un certo punto l'uomo ha aperto la galleria fotografica del gruppo. Lì ho notato che tra i tanti media che si erano scambiati, c'erano altre immagini prese dalle telecamere di sorveglianza", spiega la giovane. "Corpi di donne fotografati senza il consenso delle interessate. Il lavoratore ha guardato più volte l'immagine della ragazza che aveva inviato nel gruppo. Era abbastanza compiaciuto. Chattava anche con alcuni familiari", aggiunge. "Lui era letteralmente davanti a me. Si comportava come se non fosse su un mezzo pubblico, tra la gente, all'ora di punta. Io dopo qualche fermata sono scesa".
Dopo l'agghiacciante scoperta, le considerazioni della ragazza sono molto amare. "Banalmente, qualsiasi donna o ragazza che viaggia da sola sui mezzi pubblici di notte cerca protezione nei lavoratori, magari vuole un posto vicino al conducente e si tranquillizza al sapere che ci sono delle telecamere di sorveglianza che dovrebbero rendere un luogo sicuro. In realtà, poi si scopre che gli stessi lavoratori impiegati in enti pubblici usano quelle telecamere per diffondere immagini intime. Lo trovo spaventoso", dichiara. "Mi cadono le braccia quando alcune persone sminuiscono questi fatti. Non tutti li reputano gravi".
La 26enne fa sapere di essere pronta a sporgere denuncia.
Un atto che si sente in dovere di compiere per se stessa e per tutte le altre donne. "Il problema riguarda tutte le donne", spiega. "Veniamo ancora trattate come un oggetto da esporre e da sessualizzare".