Rav Tzemach Mizrachi è il rabbino che ieri è stato aggredito dal gruppo di tre nordafricani nati in Italia mentre aspettava il bus a Milano, zona Bande Nere. “Grazie a Dio sto bene: non è la prima volta che mi insultano, è la prima volta che alzano le mani”, ha dichiarato l’uomo, sessantenne, che ha denunciato.
“Ogni sera, quando vado a casa passando dal tempio, passo davanti a un gruppo di persone che parlano altre lingue. Ricevo sempre degli insulti”, ha spiegato, sottolineando che ad avvelenare i pozzi influiscono anche le manifestazioni per la Palestina più estreme, quelle con i toni più accesi e il dibattito anti-israeliano ed ebreo che ne consegue: “Secondo me sicuramente quella roba che si fa in giro alimenta queste persone ad avere il coraggio di alzare le mani, di andare oltre. Sicuramente, questo sì”. Tuttavia, il rabbino ci tiene a fare una precisazione importante per non trasformare le contrapposizioni in divisioni che non giovano a nessuno.
“Il mondo deve aprire gli occhi a sapere chi sono i buoni. Tutti possono entrare nella categoria dei buoni, basta sapere come comportarsi. Serve far capire che queste cose sono inaccettabili e che nelle strade di Milano vogliamo vivere con la pace e con tutti i tipi di persone, non importa di che fede sono. Uno deve stare bene con l’altro, si può salutare, si può sorridere, non si può mai insultare e, a maggior ragione, alzare le mani”, ha aggiunto. “Hanno iniziato a circondarmi e hanno usato parole che non capivo per farmi alzare gli occhi dal cellulare. Io li ho ignorati e allora uno di loro ha preso il mio cappello e se lo è messo in testa iniziando a ridere e prendendomi in giro”, ha proseguito, aggiungendo che “lo hanno notato subito e uno mi ha dato un calcio da dietro spingendomi dal marciapiede alla strada. Ho continuato a non reagire tra le botte e gli insulti e persino nessuna delle 20 persone che erano attorno a noi ad aspettare l’autobus è intervenuta per paura di essere coinvolta”. E ha concluso: “Era come se fossero orgogliosi di quello che facevano. Non hanno nascosto i volti e non hanno neppure cercato di farmi cancellare il video come altri hanno fatto in altre occasioni simili”.
Dal canto suo, uno dei tre accusati dell’aggressione, fratello del tunisino arrestato, fuori dall’aula del processo per direttissima si difende: “Abbiamo iniziato a fare alcuni video divertenti e a quel punto abbiamo visto un adulto con un cappello inconfondibile, abbiamo capito che era ebreo e lui ha come sbuffato vedendoci. Non c’è stato nessuno scambio verbale, lui ha preso il cellulare e ha iniziato a riprenderci”. E ha poi aggiunto: “Il mio amico gli ha preso per scherzo il cappello, lo ha indossato e gli ha chiesto: ‘come mi sta?’, poi lo ha restituito. Lui rideva e anche noi pensavamo che avrebbe pubblicato quel video per gioco, ma quando continuava a riprenderci allora mio fratello gli ha fatto una sorta di sgambetto alle spalle, un modo per fargli perdere l’equilibrio, ma lui non è caduto e non era quella la nostra intenzione. Mio fratello voleva solo che ci lasciasse in pace, tanto che poi ci siamo allontanati”.
E aggiunge: “Nessun pugno, nessuna violenza. Ci accusano di essere razzisti, ma siamo i primi che sappiamo cosa vuol dire essere diversi. A me non interessa che sia ebreo, io vedevo solo un telefono che ci riprendeva senza un motivo. Se avessi la possibilità di incontrare quell’uomo gli stringerei la mano perché io non odio nessuno”. Tuttavia, risulta indagato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale o religiosa.
