Dopo l’inchiesta di Fausto Biloslavo su Sea Watch pubblicata su questo quotidiano, la Ong ha respinto le accuse, informando di aver inviato una diffida a Il Giornale, senza smentire quanto raccontato ma fornendo una versione alternativa di quell’intervento. Fino a quando il Giornale (e poi Le Figaro) non hanno mostrato le immagini registrate da Frontex, però, la Ong Sea Watch non ha mai raccontato pubblicamente di aver raccolto i migranti da una barca perfettamente funzionante, una lancia veloce, gestita da uomini armati. Ha sempre posto il focus su quel che è successo dopo, ossia gli spari sulla nave, facendo solo un cenno al momento del recupero. Il comandante della nave Anne van Damme è attualmente indagato in Italia per favoreggiamento all’ingresso illegale.
Nel comunicato successivo a quell’evento dell’11 maggio, infatti, Sea-Watch scriveva: “L'attacco ha avuto luogo a circa 55 miglia nautiche a nord di Tripoli, in acque internazionali. Poco prima, l'equipaggio di 30 membri aveva salvato 90 persone in difficoltà in mare, tra cui molte in emergenza medica acuta”. Dalle immagini girate dall’aereo di Frontex, però, si nota che tutti gli occupanti della lancia veloce indossano il giubbotto di salvataggio e il trasbordo tra le due imbarcazioni avviene in modo molto tranquillo. Nel documento di maggio della Ong, viene poi concentrata tutta l’attenzione sugli spari.
Oggi, invece, la Ong scrive: “Una volta affiancata l’imbarcazione a doppio ponte l’equipaggio ha verificato che a bordo c’erano 90 persone: due prive di sensi, diverse gravemente debilitate e alcune intrappolate sottocoperta. A bordo non c’era nessun dispositivo di soccorso o strumentazioni per la navigazione. Il team di soccorso si è trovato di fronte uomini a volto coperto, un pericolo grave sia per l’equipaggio, sia per le persone appena tratte in salvo. I presunti trafficanti sono rimasti sull’imbarcazione e se ne sono andati”.
Ma tutto questo non è mai stato detto all’opinione pubblica. Nel comunicato odierno, poi, Sea Watch riprende la narrazione degli spari sulla nave, accusando Frontex di non aver ripreso quella parte. Quindi, nel documento, è stata adottata una tecnica comunicativa abbastanza semplice: non si smentisce l’inchiesta, si fornisce una versione alternativa in poche righe, si ribadisce l’elemento di maggiore forza e poi si attacca il quotidiano che per primo ha fatto emergere quanto accaduto. “Le autorità sono state informate in ogni fase, come avviene per ogni situazione di questo tipo: gli incontri con miliziani incappucciati sono già stati documentati in passato, da Sea-Watch e da altre Ong che operano nel mediterraneo centrale. Ogni informazione e materiale è sempre stato consegnato con trasparenza alle autorità competenti, anche per fornire i necessari elementi di indagine. Le navi della società civile non sono, infatti, organismi di polizia, mentre hanno il dovere, sempre rispettato, di soccorrere chiunque sia in pericolo in mare e metterne al corrente le autorità competenti”, scrive ancora la Ong, secondo la quale “una fotografia pubblicata due mesi dopo, non solo non è una notizia ma costituisce una grave violazione del lavoro d’indagine della Procura”.
In realtà, oltre agli screenshot, è stato pubblicato anche il video, sia da Il Giornale che da Le Figaro, che sicuramente spiega meglio quanto accaduto. Ergersi ora a paladini della giustizia italiana da parte della Ong tedesca appare quanto meno stucchevole. Ma la Ong nel suo comunicato ha avvisato questo quotidiano: “Sea-Watch ha inviato una diffida al quotidiano a pubblicare ulteriori contenuti lesivi della reputazione dell’organizzazione e del suo capitano, basati su circostanze false e allusive, il cui contenuto è tratto da documenti coperti dal segreto d’indagine”. Avrà fatto lo stesso con Le Figaro?
“Quella portata avanti dai giornali di destra e rafforzata dalle dichiarazioni di esponenti politici è una narrazione che serve a mascherare non solo l’assenza di una reale volontà politica di contrastare le reti criminali, ma anche il fatto che gli accordi con la Libia si fondino su rapporti con milizie e individui accusati dei più gravi crimini internazionali”, ha dichiarato Giorgia Linardi, potavoce di Sea-Watch. “Si tratta di un vecchio copione. Da anni si susseguono indagini che impiegano risorse pubbliche per cercare di dimostrare faziosamente l’esistenza di una collusione delle Ong con i trafficanti. Una collaborazione inesistente e che infatti non é mai stata appurata.
Al contrario, prominenti pronunce dei tribunali competenti, finanche alla Cassazione, hanno riconosciuto il valore giuridico e morale dell’intervento della società civile nel rispetto dell’obbligo di soccorso imposto dal diritto internazionale”, ha concluso.
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