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Venezia, musulmano intervistato: «Moglie mia, devo guardare solo io». E alla domanda se la donna sia una sua proprietà risponde: «Sì»

Il caso riporta al centro il rapporto tra libertà religiosa, pari dignità tra uomo e donna e rispetto dell’ordinamento italiano, con il nodo del velo integrale e della sicurezza pubblica

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Ci troviamo a Venezia, dove una trasmissione televisiva realizza un servizio sul tema delle donne velate e intervista un uomo musulmano accompagnato dalla moglie, che nelle immagini appare con il volto coperto da un velo integrale. È proprio parlando della donna e del motivo per cui è velata che l’uomo pronuncia una frase destinata a far discutere: «Moglie mia, devo guardare solo io».

L’intervistatrice cerca allora di comprendere fino in fondo il significato di quelle parole e gli domanda: «Perché la donna è una tua proprietà?»

La risposta dell’uomo è secca: «Sì».

La giornalista ribatte immediatamente: «Ma la donna non è un oggetto».

Il confronto prosegue e l’intervistato porta direttamente la propria fede al centro della discussione: «Voi nati in Europa e noi nati musulmani».

L’intervistatrice gli domanda allora: «Vale di più la religione musulmana?»

L’uomo risponde: «Sì, vale di più la religione musulmana», aggiungendo successivamente: «Noi ascoltiamo più la nostra religione».

Parole che inevitabilmente aprono una questione ben più ampia rispetto al singolo episodio: quella del rapporto tra convinzioni religiose, libertà individuali e rispetto delle leggi dello Stato. In Italia la libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma altrettanto fondamentale è il principio secondo cui uomini e donne hanno pari dignità e nessuna persona può essere considerata proprietà di un’altra.

Una donna non è proprietà di nessuno, questo va detto molto chiaramente.

È questo il punto sul quale non possono esserci equivoci.

L’Italia tutela la libertà religiosa. Musulmani, cristiani, ebrei, appartenenti ad altre confessioni e non credenti godono delle libertà riconosciute dall’ordinamento della Repubblica.

Ma libertà religiosa non significa che una convinzione o una prescrizione religiosa possa automaticamente trasformarsi in una regola giuridica da imporre a un’altra persona.

Una moglie non è proprietà del marito.

La Costituzione italiana sancisce all’articolo 3 la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge senza distinzione, tra l’altro, di sesso e religione. L’articolo 29 stabilisce inoltre l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.

Sono principi che valgono per tutti e non cambiano in base alla provenienza, alla cultura o alla religione professata.

«Noi ascoltiamo più la nostra religione»

È forse questa una delle affermazioni che pongono la questione più delicata.

Ciascuno è libero, nella propria coscienza, di attribuire alla propria fede un’importanza fondamentale. È proprio uno Stato democratico e laico a dover garantire questa libertà.

Ma quando si entra nella sfera dei rapporti civili e dei diritti di un’altra persona esiste un confine che deve rimanere chiarissimo: la convinzione religiosa personale non sostituisce l’ordinamento della Repubblica italiana.

Questo principio vale per l’Islam esattamente come per qualsiasi altra religione.

Nessuna fede può attribuire civilmente a un marito la proprietà della moglie. Nessuna tradizione o convinzione religiosa può cancellare la dignità, la libertà e l’autonomia giuridica di una donna.

Il velo e la domanda fondamentale: scelta o imposizione?

Anche sulla questione del velo occorre essere precisi.

Il problema non può essere semplicemente che una donna musulmana decida di coprirsi. Una donna adulta che sceglie autonomamente un determinato abbigliamento legato alla propria fede esercita una libertà personale e religiosa, nei limiti stabiliti dall’ordinamento.

La questione diventa completamente diversa quando quella scelta viene imposta da un’altra persona o quando viene motivata sostenendo che la donna appartenga al marito.

È per questo che lo scambio ascoltato durante l’intervista assume un peso particolare:

«Perché la donna è una tua proprietà?»

«Sì».

Non è il velo, da solo, a consentirci di stabilire se una donna sia libera o costretta a indossarlo. Ma l’affermazione dell’uomo sulla presunta «proprietà» della moglie solleva inevitabilmente una questione che una società fondata sulla pari dignità tra uomo e donna non può ignorare.

Una persona non può essere considerata proprietà di un’altra persona. Non può esserlo in nome di una tradizione, di una consuetudine o di una convinzione religiosa.

In Italia la legge è uguale per tutti.

Il rispetto delle differenze culturali e religiose è uno dei principi di una società democratica. Ma rispetto delle differenze non significa rinunciare alle regole comuni.

Chi vive in Italia ha diritto di professare liberamente l’Islam e non deve essere discriminato per la propria fede. Allo stesso tempo, musulmani e non musulmani sono soggetti allo stesso ordinamento.

Non esiste una legge civile per i musulmani e una legge civile per tutti gli altri. Esiste la legge della Repubblica italiana.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma non può trasformarsi nella possibilità di comprimere i diritti e le libertà fondamentali di un’altra persona.

È questo il punto sul quale occorre essere fermi: rispettare una religione non significa accettare qualsiasi comportamento semplicemente perché viene giustificato attraverso quella religione.

La Repubblica tutela la libertà di culto, ma tutela allo stesso tempo i diritti della persona e l’uguaglianza tra uomini e donne.

Il rispetto deve essere reciproco.

L’integrazione non può essere interpretata come una strada a senso unico.

La società italiana è chiamata a rispettare chi professa una religione diversa, le sue convinzioni e le sue tradizioni quando queste vengono esercitate nel rispetto della legge. Allo stesso modo, chi sceglie di vivere in Italia è chiamato a rispettare l’ordinamento e i diritti fondamentali riconosciuti nel nostro Paese.

Non si tratta di stabilire quale religione «valga di più».

Si tratta di stabilire una regola comune che permetta a persone con culture e fedi differenti di vivere insieme: davanti alla legge nessuna convinzione religiosa attribuisce a qualcuno maggiori diritti sulla vita e sulla libertà di un’altra persona.

Per questo la risposta alle parole ascoltate nell’intervista veneziana non deve essere l’ostilità indiscriminata verso una comunità religiosa. Deve essere qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più fermo: la riaffermazione dei principi sui quali si fonda la nostra convivenza civile.

In Italia ogni religione può essere professata liberamente, nei limiti dell’ordinamento. Ma nessuna convinzione religiosa può trasformare una persona nella proprietà di un’altra.

Una donna può essere musulmana. Può scegliere liberamente di indossare un velo. Può vivere la propria fede secondo coscienza.

Ma rimane una persona libera e titolare dei propri diritti.

Può essere una moglie. Non può essere la proprietà di un marito.

Ed è precisamente su questo confine tra libertà religiosa e diritti individuali, tra scelta personale e imposizione che uno Stato democratico non può permettersi ambiguità. E non ci dimentichiamo che L’art. 5 della legge n. 152/1975 vieta, senza giustificato motivo, l’uso in luogo pubblico o aperto al pubblico di caschi protettivi o di altri mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona. La disciplina, quindi, riguarda l’identificabilità, non una specifica religione o uno specifico indumento.

Per burqa e niqab la questione è più articolata: il Consiglio di Stato, nella sentenza n. 3076/2008, ha ritenuto che l’utilizzo per ragioni religiose possa costituire un «giustificato motivo» ai sensi della legge, precisando però che possono essere previste regole differenti in determinati luoghi quando esistano specifiche e legittime esigenze di identificazione e sicurezza. Questo orientamento è richiamato anche nella documentazione pubblicata dalla Corte costituzionale. Ciò detto comunque rimane un tema molto sentito quello si indossare il Burka per le donne islamiche nel nostro paese. Non è una questione religiosa. A mio modesto avviso permettere di indossare il burka nelle pubbliche vie e sbagliato perché rappresenta un serio problema di sicurezza pubblica.

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