Non basta più compiere il gesto. Bisogna anche mostrarlo. È forse questo l’aspetto più inquietante dell’aggressione avvenuta oggi in una scuola di Roma, dove un ragazzo di 13 anni avrebbe spruzzato spray urticante sul volto di una professoressa per poi ferirla con un coltello. La docente è stata soccorsa e trasportata in ospedale in codice giallo. Non è in pericolo di vita. Ma c’è un altro elemento sul quale si stanno concentrando gli accertamenti: il tredicenne avrebbe cercato di filmare l’aggressione per trasmetterla in diretta su Telegram. Un particolare che, se confermato, significherebbe che potenzialmente c’era anche un pubblico pronto ad assistere a quella violenza. E che l’accoltellamento potrebbe essere stato pensato proprio per mostrarlo a quegli utenti.
Lo spray urticante in classe, poi le coltellate alla prof in diretta social. L’aggressione choc del 13enne a RomaNon si tratta però di un caso isolato: almeno altri due episodi, avvenuti nei mesi scorsi in Italia, condividono lo stesso schema. Uno schema preoccupante perché dimostra che la violenza fisica sta diventando una sorta di “performance” o “show”, trasformandosi in quel fenomeno che in America è stato ribattezzato “crime livestream”.
Tre aggressioni a scuola e lo stesso elemento digitale
Il 25 marzo, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un tredicenne ha accoltellato la sua prof di francese a scuola. Il ragazzo aveva con sé non solo il coltello ma anche un telefonino appeso al collo per riprendere la scena e trasmetterla su Telegram. Il Giornale è entrato nelle chat e nei canali frequentati dal 13enne, dimostrando quanto la violenza vista online abbia non solo contribuito alla realizzazione del gesto ma anche come la tecnologia sia diventata parte del piano da realizzare e condividere con altri.
Poco più di due mesi dopo, il 29 maggio, un altro episodio. Questa volta a San Vito Lo Capo, nel Trapanese. Un undicenne è entrato in classe con due coltelli e il volto coperto da un casco con tanto di telecamera GoPro accesa, tentando di colpire il professore di tecnologia. Anche in questo caso con un obiettivo che andava oltre la sola violenza: riprendere il momento in cui avrebbe sferrato i colpi al docente.
E ora il caso di Roma. Tre episodi diversi, tre ragazzi diversi, tre scuole diverse. Ma con lo stesso elemento in comune: il livestream social della violenza.
Aggressione in diretta social: che cos'è il crime livestreamLa violenza in livestream social: così colpiscono i giovanissimi
Se fino a poco tempo fa gli autori di pestaggi, aggressioni, accoltellamenti e violenze cercavano di restare nell’ombra e di non farsi riconoscere per non essere puniti, oggi le modalità di agire tra i giovani violenti sono completamente diverse.
C’è una netta differenza, infatti, tra un’aggressione ripresa casualmente da qualcuno che si trova sulla scena e una nella quale è l’aggressore stesso a preparare le riprese come se fosse su un set cinematografico. Perché nel primo caso il telefono può essere un “testimone” scomodo e portare all’identificazione dei responsabili. Mentre nel secondo è parte integrante dell’azione. L’aggressione non è più solo un gesto, diventa un momento che deve essere visto. Una sorta di “violenza performativa”, messa in atto perché si è consapevoli e certi che, dall’altra parte dello schermo qualcuno guarderà. Testimoni una volta scomodi ora diventano essenziali. È come se l’aggressore non volesse soltanto fare qualcosa, ma anche e soprattutto dimostrare di averlo fatto.
L’aggressione, quindi, non è fine a se stessa. Non ha il solo obiettivo di colpire colui che si ritiene responsabile del proprio odio o malessere né di costruire o affermare l’immagine dell’aggressore. Quella violenza viene trasformata in una specie di “rappresentazione” destinata a un pubblico. E quando la violenza ha bisogno di un pubblico proprio quello stesso pubblico, inevitabilmente, diventa parte di quella storia terribile.
