C’è un vino toscano prima di Vittorio Frescobaldi e un vino toscano dopo di lui. Il marchese scomparso ieri, a 97 anni, ha contribuito in maniera decisiva a trasformare quello che fino agli anni Sessanta e Settanta era un alimento fornitore di calorie a basso costo in un asset strategico del made in Italy agroalimentare, con scelte imprenditoriali a volte coraggiose che hanno dato valore a una storia che parte del XIV secolo.
Vittorio era nato il 30 novembre 1928 e apparteneva alla 29esima generazione di una delle più antiche famiglie imprenditoriali della Toscana, che ha intrecciato la sua storia a quella di Firenze distinguendosi nel commercio, nella finanza, nell’arte e nella musica. E nel vino, naturalmente, che i Frescobaldi producono almeno dal 1331, anno in cui è documentata la proprietà della tenuta di Montespertoli, quel Castello di Castiglioni dove oggi prosperano vitigni internazionali.
Il giovane era sveglio al di là dei nobili natali. Si laureò in Agraria a Firenze nel 1953 ed entrò nell’impresa di famiglia, che prese in mano alla morte del padre, Lamberto de’ Frescobaldi, assieme ai fratelli Ferdinando e Leonardo. Fu lui a guidare l’evoluzione del business model dell’azienda negli anni in cui il vino italiano stava cambiando pelle: nel 1980 arrivò la società per azioni, quindi l’innesto di uve internazionale accanto alle autoctone, la modernizzazione dell’intera filiera produttiva e la comprensione che si doveva puntare forte sul mercato estero grazie anche al fascino di un brand come Firenze e le colline toscane. Un ruolo importante nella crescita del marchio ebbe la moglie di Vittorio, Bona Marchi, fondatrice della casa editrice Ponte alle Grazie. Fu lei a sostenere il marito nella scelta di fare di Frescobaldi un’azienda avanzata e ambiziosa senza tradire le lunghe radici medievali. Un obiettivo che venne raggiunto anche grazie a un oculato processo di valorizzazione delle diverse identità dei territori in cui Frescobaldi ha le vigne, un autentico atlante dell’enologia regionale: il Chianti Classico (Rèmole, Tenuta Perano), il Chianti Rufina (Nipozzano), le colline vicino a Firenze, terre da Chardonnay e Pinot Nero (Pomino), Montespertoli (Castoglioni), Montepulciano (Tenuta Calimaia), Montalcino (Castelgiocondo), Maremma (Tenuta Ammiraglia) e Gorgona, dove le viti sono coltivate dai detenuti dell’isola-carcere in un illuminato progetto più sociale che imprenditoriale.
Poi ci sono Ornellaia, il grande progetto di Bolgheri di cui i Frescobaldi hanno l’intera proprietà dal 2005, Tenuta Luce a Montalcino, idea che nel 1995 fece per la prima volta dialogare la tradizione toscana con la visione contemporanea dell’imprenditore californiano Roberto Mondavi, e ancora Attems in Friuli. Oggi a guidare l’azienda c’è Lamberto, che di Vittorio è figlio. Sarà lui, asciugatesi le lacrime per un padre così innovatore, a proseguirne l’opera. Lo chiede la storia, lo chiedono gli amanti del buon vino.
