Ormai è una resa dei conti senza esclusione di colpi: tra Sigfrido Ranucci e i suoi vecchi colleghi di Report si finisce a pesci in faccia. Dopo Giorgio Mottola e Giovanna Boursier, adesso è Alberto Nerazzini a scagliarsi contro l’ex conduttore della trasmissione di Rai 3. E i toni sono tutt’altro che concilianti. Accuse di falsità, insinuazioni, riferimenti alla megalomania e persino l’ipotesi di una querela. Quella che per anni è stata una delle squadre più conosciute del giornalismo investigativo italiano è ormai alle prese con una guerra intestina combattuta a colpi di dichiarazioni e post sui social.
L’ultimo capitolo porta la firma di Nerazzini, storico inviato di Report e successivamente approdato a La7, che ha affidato a Facebook una durissima replica a Ranucci. “Sfiancato, eppure non sorpreso, devo occuparmi delle falsità sparate da Sigfrido Ranucci sul mio conto mercoledì 30 settembre nel suo ennesimo post scompigliato e violento”, è l’incipit del lungo intervento.
Per comprendere l’origine dello scontro bisogna tornare al 27 settembre, quando al DIG Festival di Modena si è tenuto un dibattito intitolato “Il Caso Report”. Sul palco, tra gli altri, proprio Nerazzini e Mottola. Il primo aveva contestato la presunta vicinanza politica a sinistra di Ranucci, richiamando i suoi rapporti con Valter Lavitola, e denunciato di aver subito tre censure durante la propria esperienza nel programma. Dichiarazioni rilanciate da “Filorosso” – programma condotto da Antonino Monteleone e in onda su Rai 3 - e alle quali l’ex conduttore aveva risposto sui social, respingendo le accuse e attaccando i vecchi collaboratori.
Adesso arriva il contrattacco. Nerazzini descrive Ranucci come un uomo alle prese con “forme endemiche di megalomania e bagni quotidiani nella ‘sua gente’”. Poi rincara la dose: “La situazione è disperata e così è l’uomo, a cui, per giorni, ho cercato di non replicare perché è quasi impossibile farlo se non a tono, e il suo tono è un mix micidiale di insinuazione, mafiosità e falsità”.
Al centro della polemica ci sono innanzitutto le tre presunte inchieste censurate. Ranucci ha respinto la ricostruzione, rivendicando di aver tutelato il programma e lo stesso giornalista. “Da dirigente, ho evitato che la vicenda potesse mettere nei guai sia la Rai sia lo stesso Nerazzini. Di questo ho prove e testimonianze”, ha sostenuto. Una versione che Nerazzini contesta radicalmente: “Tutto ciò che però Ranucci aggiunge non solo è falso, è diffamatorio. Mi consola che la curiosità innegabile per le ‘prove e le testimonianze’ può comunque essere soddisfatta, perché questa è materia per querele giuste e avvocati liberi”.
Ma è un altro passaggio ad aver provocato la reazione più dura. Nel suo intervento del 30 settembre Ranucci aveva scritto: “Su altre vicende — come le collette che abbiamo fatto come gruppo per ricomprare a Nerazzini le attrezzature di produzione che risultavano rubate in diversi furti — preferisco tacere”. Parole che l’ex inviato non ha affatto digerito. “Eccolo, il tono da mafiosetto carico di insinuazioni. L’amicizia con Lavitola è eccezionale e dichiarata, del resto è l’unica persona che in questi mesi furibondi non ha mai offeso e alla quale non ha mai rifilato manco una mezza, e doverosa, parola di critica, ma è un’amicizia che deve davvero avere basi solide”, la sua replica. E ancora: “Però su questo non transigo e mi rivolgo direttamente alla persona che conosco da una ventina d’anni e con cui, per una decina, ho lavorato. Non ti permettere, caro Sigfrido, di sparlare a vanvera su vicende dolorosissime e feroci che hanno colpito la mia vita professionale e personale, coinvolgendo in maniera pesante anche la mia compagna”. Nerazzini nega anche l’esistenza della colletta citata dall’ex conduttore: “Questa ulteriore e insopportabile falsità può essere facilmente smentita da decine di colleghi e collaboratori di Report”.
Il nuovo scontro arriva dopo quelli che hanno coinvolto Giorgio Mottola - critico sulla concentrazione dei ruoli di autore e conduttore nelle mani di Ranucci - e Giovanna Boursier. Quest’ultima, intervenuta proprio al festival di Modena, aveva sollevato pesanti interrogativi sui rapporti tra il giornalista, le fonti e alcune collaboratrici, chiamando in causa anche il silenzio mantenuto per anni dagli altri componenti della redazione. Accuse e contestazioni che hanno ulteriormente aggravato una frattura ormai pubblica.
E Nerazzini, nel suo lungo sfogo, rivendica il diritto di discutere apertamente della vicenda: “Un festival come DIG non poteva non occuparsi della vicenda che ti riguarda e che travolge un programma a cui siamo legati in tantissimi, mica solo ‘la tua gente’”. Per poi concludere: “Quando i giornalisti o i magistrati non lavorano bene e secondo etica, qualsiasi democrazia traballa e va dritto all’inferno. Simple as that”. Altro che spirito di squadra. Tra accuse incrociate, vecchi rancori e questioni personali trascinate sulla pubblica piazza, la resa dei conti nell’universo di Report sembra tutt’altro che conclusa.
