I trapianti hanno un futuro? Se lo domandano, con apprensione, i novemila pazienti che sono in lista d'attesa e, con grande senso di responsabilità, i rappresentanti di questa specialità, riuniti a Milano per discutere di quantità, efficienza, sicurezza, sopravvivenza. Il congresso è stato presieduto dal professor Franco Filipponi, cattedratico di chirurgia generale all'università di Pisa e pioniere dei trapianti epatici (il primo risale al 1996). Ecco, in sintesi, il suo pensiero. «Abbiamo il dovere di garantire un'assistenza precoce, tempestiva e permanente. In questo progetto diventa fondamentale la sicurezza, investendo sempre di più nella prevenzione del rischio e nella corretta analisi del fattore umano, impiegando tutti gli strumenti che segnalano situazioni di criticità». Le équipe chirurgiche più avanzate prevedono la presenza di psicologi (prima e dopo l'intervento) per seguire il decorso e misurare subito le reazioni avverse. Molti studi internazionali, infatti, hanno dimostrato che i pazienti sottoposti a trapianto quando le loro patologie sono più gravi hanno maggiori complicanze ed i tempi di riabilitazione più lunghi, così da abbassare la qualità di vita. In altre parole: il trapianto non deve rappresentare una soluzione estrema. Al contrario deve essere attuato precocemente; ma per arrivare a questo traguardo bisogna che il sistema funzioni in tutte le sue componenti a partire dalla rete assistenziale. Serve un coordinamento più stretto fra il territorio e gli ospedali, fra i medici di base e le unità di chirurgia, fra i servizi di rianimazione e le urgenze.
Come hanno spiegato altri relatori - i professori Rossi di Milano e Tartaglia di Firenze - l'Italia è ai primi posti in Europa, dopo la Spagna e la Francia, per numero di trapianti: tremila nel 2011, con alte percentuali di sopravvivenza (92% per il rene e 75 per il fegato ed il cuore). I cosiddetti «eventi avversi» superano di poco il 5 per cento, contro il 9 di altre nazioni. Questi dati sono riportati in uno studio riguardante 7573 pazienti ricoverati a Firenze, Pisa, Bari Roma e Milano.
Nei trapianti di organo il 92 per cento sopravvive
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