Nel valzer della finanza balla anche la politica

Forse non è un caso che il più complesso ingorgo che si ricordi tra i grandi poteri della finanza nazionale sia arrivato a maturazione proprio a ridosso delle elezioni amministrative. Il cui valore politico è destinato a segnare anche gli equilibri nazionali. Da un lato, nella finanza, il beffardo calendario di questa primavera prevedeva il rinnovo dei vertici delle Generali, di Intesa, e della Rcs Quotidiani (società editrice del Corriere della Sera); tirandosi dietro, in seguito al valzer delle poltrone, anche la partita del vertice di Mediobanca e del suo patto di sindacato. Chiude il cerchio il riassetto di Unicredit, giunto a maturazione in queste settimane. Dall’altro, nella politica, la consultazione di oggi e domani promette di proiettare fuori dalle urne una Lega Nord più gagliarda che mai. Quasi sicuramente vittoriosa in Veneto e forse in Piemonte, sicuramente più forte di prima in tutto il Nord e Centro-Nord. Con tutto quello che ciò comporta negli equilibri del Centro-destra, con il rafforzamento proprio del ministro «delle banche», Giulio Tremonti.
L’ingorgo diventa allora terreno di confronto per i rapporti tra politica e finanza, da tempo in evoluzione. Almeno da quando la fine dell’era prodiana ha comportato lo sgretolamento del disegno neo centrista di stampo Iri, che aggregava banchieri e grandi manager. Era l’ultima eredità della vecchia Dc, a cui si contrapponeva la cosiddetta finanza laica, che aveva in Mediobanca la centrale operativa. Ma questa tornata di nomine, soprattutto per quello che si è visto al Corriere e alle Generali, ha mostrato che questa vecchia concezione non esiste quasi più. Chi ancora ha provato a evocarla, come è accaduto in molti articoli del Corriere critici sui metodi che stavano portando Geronzi alle Generali, piuttosto che tutti i grandi soci di Rcs nel cda della Quotidiani, si è scontrato con la nuova realtà, dove contano di più gli equilibri tra le esigenze del mercato e della stabilità azionaria.
Ciò non significa che il gioco della grande finanza abbia trovato una nuova regia nella politica o nella maggioranza berlusconiana. Di questo non si è avuto evidenza definitiva. Ma alcuni segnali nuovi, questi sì. Perché dimenticarsi che Geronzi, certamente vicino al premier, si è sempre mosso a suo agio nei palazzi romani, da dove è partita la sua marcia su Mediobanca e Generali, sarebbe miope. L’asse con Gianni Letta è noto, così come ben conosciuti sono i rapporti trasversali che il banchiere di Marino ha sempre tenuto nella capitale.
Poi ci sono le fondazioni, gli enti proprietari delle grandi banche, da Unicredit a Intesa, i cui vertici sono nominati dagli enti locali, quindi dalla politica del territorio. Ed è sulle fondazioni che si esercitata la pressione del partito che realmente aspira al testimone della Dc nelle cose bancarie: la Lega, che si muove sotto la regia dell’abile presidente della Commissione Bilancio della Camera, Giancarlo Giorgetti. E che ha in Tremonti il ministro forte, capace di ricostruire proprio tramite il dialogo con alcune fondazioni come la Cariplo di Giuseppe Guzzetti (grande socio di Intesa) la pax bancaria, una volta assorbite le tossine della crisi e le polemiche sul rifiuto dei Tremonti bond. E dalle urne di oggi e domani uscirà una Lega molto più forte. Una Lega che sia in Veneto, dove ci sono Cariverona e Cassamarca, azionisti big di Unicredit; sia in Piemonte, dove la Crt - che tramite il suo plenipotenziario Fabrizio Palenzona gioca da protagonista in Unicredit, Mediobanca e Generali - e la Compagnia di San Paolo, primo socio di Intesa, non ha fatto mistero di voler contare molto di più anche nelle scelte strategiche delle banche partecipate.

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