No della Fiom, Pomigliano torna in bilico

Il leader Landini: «Il piano dell’azienda è un ricatto». L’organizzazione dei metalmeccanici boccia anche l’ipotesi di referendum e indice uno sciopero per il 25 giugno. Oggi nuovo incontro tra le parti

Più passano i giorni, più si complica il salvataggio - a questo punto è il caso di dirlo - dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco. Ma a differenza di quanto è accaduto per la fabbrica di Termini Imerese, dove è stato il Lingotto a decretarne la chiusura alla fine del 2011, paradossalmente in Campania sono gli operai (per la precisione quelli che si affidano alla Fiom e alla quale, se la situazione degenerasse, dovranno rivolgersi alla fine del mese per lo stipendio) a condannare il grande impianto automobilistico alle porte di Napoli. Ieri, al termine del proprio comitato centrale, il sindacato dei metalmeccanici legato alla Cgil ha deciso di dire «no» al documento di Fiat su Pomigliano d’Arco dove sono contenute le condizioni dell’azienda per rilanciare il sito e investire 700 milioni di euro nel biennio 2010-11 per la produzione della futura Panda. È un «ricatto», è la tesi dei metalmeccanici guidati da Maurizio Landini, poiché prevede deroghe a «diritti indisponibili». La Fiom si prepara così a incrociare le braccia: per il 25 giugno, alle 4 ore di sciopero generale indetto dalla Cgil contro la manovra economica, ne aggiungerà altre quattro a sostegno della vertenza su Pomigliano. Dal canto suo il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, fa appello ai vertici della Cgil per indurre le tute blu ad accettare l’intesa e, allo stesso tempo, invita il Lingotto a considerare il clima di larga condivisione che si è già prodotto in azienda come nel territorio circostante e nell’intero Paese sull’ipotesi di accordo.
Fiat, in proposito, ha convocato per oggi alle 14 i sindacati Fim, Uilm, Fismic e Ugl per fare il punto sulla situazione, soprattutto alla luce della posizione intransigente della Fiom, i cui vertici hanno annunciato che saranno presenti all’incontro «anche se l’invito ci è stato mandato per conoscenza».
«Saremo a quel tavolo - ha commentato il leader della Fiom, Landini - e ribadiremo il nostro punto di vista: se Fiat vuole mantenere quanto scritto nel documento presentato l’altro giorno, il comitato centrale all’unanimità non considera possibile che quel testo sia firmato. Il documento continua a mantenere profili di illegittimità giuridica, non solo sugli orari di lavoro, ma anche per le malattie e il diritto di sciopero. Non comprendiamo - ha aggiunto Landini - il fatto che la Fiat voglia far passare l’idea che per investire bisogna cancellare i contratti e le leggi: sarebbe un grave danno per tutti».
Sempre dalla riunione di oggi sono attese indicazioni sul referendum tra gli oltre 5mila operai di Pomigliano, in un primo tempo previsto tra giovedì e venerdì, o lunedì e martedì della settimana entrante. A non accettare che a esprimersi sull’accordo raggiunto dalla maggioranza delle sigle sindacali con l’azienda è sempre la Fiom, ritenendo «inapplicabile una consultazione su diritti indisponibili». La Fiom si è così messa di traverso alla stessa Cgil, da cui dipende, visto che lo stesso Guglielmo Epifani si era pronunciato a favore sulla possibilità che la parola passasse ai lavoratori. E anche sfilacciamento tra Fiom e Cgil è un problema che complica la vicenda.
Forse, a questo punto, per evitare che Sergio Marchionne perda la pazienza, visto che il tempo concesso per dirimere la questione è abbondantemente scaduto, dovrebbero essere gli stessi operai a indire un referendum sul referendum. Votare, cioè, sulla possibilità sacrosanta di decidere sul loro futuro e quello delle rispettive famiglie.

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