No al primo ricorso di Formigoni La Lega: «C’è puzza di bruciato»

MilanoBocciato. La Corte d’Appello di Milano non ha pietà di Roberto Formigoni e del suo listino, travolti da ritardi, inadempienze, timbri quadrati invece che tondi. Almeno per il momento il presidente della Lombardia resta escluso dalla competizione elettorale e con lui sono tagliati fuori i quindici prescelti come eletti sicuri. Ma soprattutto sono fuori gioco le liste che sostengono Formigoni e cioè il Pdl e la Lega, che da sole raccolgono quasi il 60 per cento dei voti. Se la situazione non dovesse rientrare con il ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, più di un elettore lombardo su due si troverebbe senza il suo partito, oltre che senza candidato governatore.
L’appello al Tribunale amministrativo regionale è già partito e i ricorrenti si sentono confortati da precedenti pronunce del Consiglio di Stato, così prevale l’ottimismo sul fatto che alla fine Formigoni e la lista «per la Lombardia» saranno riammesse in corsa. Le procedure sono d’urgenza, come richiesto da una situazione del genere, i tempi tecnici si aggirano intorno ai dieci giorni, ma mancano appena tre settimane al voto e la campagna elettorale è pesantemente condizionata dall’eccezionalità del conflitto tra politica e giustizia amministrativa. Oltre tutto, i non ancora candidati non possono godere delle agevolazioni fiscali previste per le spese della campagna.
Le vittime. Roberto Formigoni non parla di manovre («ancora non ne vedo») ma invita a ricontrollare tutti e non solo il Pdl e le sue firme: «Chiediamo che venga fatta una verifica su tutte le liste. Eravamo convinti delle nostre buone ragioni e dichiariamo la nostra sorpresa. Lavoriamo per presentare ricorso al Tar domani (oggi per chi legge, ndr) e alla fine ci daranno ragione perché il Consiglio di Stato non può smentire le sue sentenze». Il coordinatore regionale del Pdl, Guido Podestà, va oltre: «Comincio a credere che ci sia qualcosa di premeditato. È stato raccolto lo stesso numero di firme delle altre volte, dalle stesse persone, con le stesse competenze». E durante una riunione con i candidati detta ai presenti il numero di fax di Giorgio Napolitano e propone di lanciare una campagna di massa per il diritto di voto rivolgendosi al presidente della Repubblica.
La Lega. Il Carroccio è sul piede di guerra. «Sento puzza di bruciato. O il simbolo della Lega sarà presente dove abbiamo deciso di candidarci o tanto vale non presentarci alle elezioni perché non sarebbero valide» dichiara senza mezzi termini Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione e esperto della Lega in questioni elettoral-costituzionali. Una specie di secessione dalle urne. «Non vorrei che qualcuno avesse pensato di decidere la competizione elettorale a tavolino. Se siamo di fronte a una furbata risponderemo. A mali estremi si risponderebbe con rimedi da furbi, come si sta cercando di fare contro di noi» annuncia Calderoli. A insospettire la Lega anche l’esito delle verifiche della Corte d’Appello in Piemonte, che hanno ammesso candidati di disturbo all’aspirante governatore Roberto Cota. Insomma, il dubbio è che ci sia del compiacimento, se non della malizia, nell’esclusione di liste del centrodestra.
Il caos lombardo. La trincea scavata per difendersi dagli attacchi esterni non basta a spegnere il fuoco amico, perché i ritardi e le irregolarità nella presentazione delle liste hanno acceso le liti interne al Pdl lombardo, guidato dal coordinatore regionale e presidente della Provincia, Guido Podestà. La sua sostituzione è un tema che torna periodicamente all’ordine del giorno, anche se intorno a Podestà si è stabilizzato uno status quo che scontenta un po’ qua e un po’ là senza scontentare nessuno in modo grave (tranne coloro che puntano a prenderne il posto).
In questi giorni però il clima è da tutti contro tutti e nella confusione si fatica a stabilire persino chi sia il responsabile elettorale del Pdl. «Il mio incarico è stato congelato perché sono candidato» risponde il titolare della casellina nell’organigramma, Stefano Maullu, e rimanda al responsabile organizzativo regionale, Doriano Riparbelli, a sua volta candidato, e proprio nel listino bloccato cassato dalla Corte d’Appello. «A me pare che ci sia un problema di disorganizzazione interna, doppi e tripli incarichi non vanno bene, perché rischi di fare male tutto. Spero che Berlusconi prenderà delle decisioni per il partito» osserva il capodelegazione del Pdl nella giunta regionale, Massimo Buscemi.
Pressioni sul listino. Nella notte tra venerdì e sabato è successo di tutto. «Il listino è stato chiuso mercoledì mattina davanti a Silvio Berlusconi e abbiamo subito cominciato a raccogliere le firme, nonostante alcune persone insoddisfatte abbiano continuato a lavorare perché ci fossero delle modifiche» ricostruisce il vicecoordinatore regionale, Massimo Corsaro, che all’alba delle quattro di sabato era ancora alla sede del partito ad abbinare le firme ai certificati elettorali.
Capri espiatori. Pressioni, richieste, spostamenti nell’ordine di lista hanno generato il caos. Nella tensione, sono partite anche accuse incrociate tra Pdl e Lega. I lumbard sono imputati di avere contribuito al pacchetto di 3.500 solo con 220 firme, di cui appena 30 perfettamente in regola. «Ce le hanno chieste solo venerdì sera, ma francamente non pensavamo ce ne fosse bisogno perché per un grande partito raccogliere 3.500 firme è talmente facile... In Veneto, dove il candidato presidente è leghista, le firme per il listino le ha raccolte tranquillamente la Lega» spiega il segretario del Carroccio milanese, Igor Iezzi.
La caccia al responsabile prosegue e in una successione di scaricabarile si è arrivati ad additare «la Clotilde», storica segretaria di viale Monza formalmente designata come delegata alla presentazione del listino. Per fortuna sembra chiaro a tutti che l’accusa ha del surreale.

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