John Taylor, è stato difficile resistere per quasi cinquant'anni con i Duran Duran?
"Beh diciamo che all'inizio Nick e io, che eravamo i membri originari, non avevamo capito il significato della nostra amicizia".
Poi?
"Siamo andati avanti un anno alla volta. Nessuno in una band pensa in termini di decenni. Per dire, se fai il dentista o l'elettricista, fai un piano per la vita".
L'incertezza delle popstar.
"Noi abbiamo iniziato in un momento, la seconda metà degli anni '70, in cui il Regno Unito era molto dinamico culturalmente. E registrare un disco non era qualcosa di così speciale. C'è stato un periodo nel quale pensavo che a 30 anni avrei smesso".
Difatti lasciò i Duran Duran.
"Pensavo fossimo finiti. Poi, grazie a Dio, Nick Taylor - ndr) e Simon (LeBon - ndr) hanno tenuto in piedi tutto".
E ora che sta per compierne 65?
"E ora abbiamo raggiunto un equilibrio nel quale registrare nuovi dischi e suonare dal vivo".
E difatti John Taylor e i suoi Duran Duran arriveranno (un'altra volta) in Italia all'inizio di luglio per suonare e stavolta hanno scelto tre posti superlativi come L'Arena di Verona il 7 luglio, la Reggia di Caserta il 9 e Villa Manin a Codroipo l'11. In Italia, si sa, non sono soltanto un gruppo musicale ma un simbolo generazionale, la metà di una diarchia che negli anni Ottanta ha polarizzato i giovani, chi stava con loro e chi con gli Spandau. Da una parte Hungry like the wolf e The wild boys. Dall'altra I'll fly for you e Through the barricades. "All'inizio eravamo connessi a un pubblico soprattutto femminile", ammette Taylor. "In effetti i Duran Duran hanno vinto la battaglia", ha certificato Tony Hadley degli Spandau parlando mesi fa al podcast Pezzi. E anche oggi i Duran Duran tengono alta l'asticella suonando ovunque senza cedere (troppo) alla nostalgia. "Io mi sento sempre come se volessi fare il mio miglior concerto di sempre".
Quindi continua ad ascoltare nuova musica?
"No, io sono felice di ascoltare dischi della Motown, del soul di Philadelphia o del blues di Chicago. Per le novità bisogna chiedere a Simon Le Bon, lui è molto attento alla nuova musica".
Eppure lei è stato il trait d'union tra i Duran Duran e i Måneskin.
"Sì il batterista dei Måneskin mi ha presentato Victoria, che ha una fantastica energia e ha anche suonato nella cover di Psycho killer del disco Dance macabre. Sono contento che i Måneskin siano tornati insieme. Tenere insieme una band è davvero complicato".
Però in giro ci sono sempre meno band.
"Quando abbiamo iniziato noi, tutti pensavano che per fare business bisognasse avere una band. Ora non siamo più in quell'era e si preferisce far volare una sola star invece che cinque".
Sono quarant'anni dalla pubblicazione di Notorius, uno dei vostri dischi più significativi. C'è in programma una celebrazione?
"Ogni anno c'è un anniversario e io non sono un grande fan delle celebrazioni".
In Italia ora si discute su quanto sia giusto che un artista si esprima politicamente sul palco.
"Non vorrei vivere in un mondo dove gli artisti non possano parlare. Tutti sanno quali sono i rischi che corrono parlando di politica in pubblico, non importa se sul palco o su Instagram. C'è una buona possibilità di suscitare odio nel 50 per cento dei tuoi fan. Siamo in un mondo così polarizzato...".
Springsteen è stato molto diretto contro Trump.
"È difficile non amarlo per come ha preso questa presidenza, è sempre stato un performer politico. Se lui o Robert De Niro o Lady Gaga parlano, la gente risponde. L'altra sera con mia moglie guardavo la serie La legge di Lidia Poët su Netflix che è la nostra preferita e voi dovreste conoscerla bene (è una produzione italiana - ndr).
Finisce con il brano The times they are a-changing di Bob Dylan di Bob Dylan e mi ha fatto pensare: Wow che canzone potente, è punk rock, spiega che se non fai la scelta giusta, ti perderai. Una sfida a tutti di prendere una posizione".