Il nuoto è in lacrime: addio al ct Castagnetti

E' morto Alberto Castagnetti, 66 anni, da più di vent'anni guidava la nazionale italiana di nuoto. Era stato operato al cuore un mese fa. Ha avuto un malore nella sua casa, vicino a Verona. Federica Pellegrini: "Sono sconvolta"

Stavolta le lacrime sono per lui. Lui che ne aveva spese tante per le vittorie dei suoi campioni. Alberto Castagnetti se n’è andato, sorprendente anche in quest’ultimo passo. Era il ct per eccellenza, il più longevo (dal 1987) e vincente, il papà del nuoto, l’uomo che ci ha fatto esaltare dietro Giorgio Lamberti e Marcello Guarducci, Max Rosolino e Domenico Fioravanti, Filippo Magnini e Federica Pellegrini. Ci ha tenuto sulla corda per almeno 30 anni in piscina, venti dei quali passati da ct. Ha vissuto da atleta, era uno stile liberista, tra le olimpiadi di Monaco e i mondiali di Belgrado, quando la stella era Novella Calligaris. È stato l’inventore dei nostri più grandi atleti, il compagnone di tutti: campioni e giornalisti. Era un duro morbidoso. Conosceva lo sport: il bello e il brutto, un rivoluzionario nel suo mondo e mai fuori del mondo. Aveva il pregio di sapersi far amare e, al contempo, profondamente rispettare. Incuteva timore, ma faceva sorridere. Basta ascoltare Max Rosolino per capire: «Era molto esigente, ma ti dava tutto. Era l’allenatore dei duri e lo è stato fino all’ultima vasca».

Sessantasei anni sotto una coltre di capelli bianchi ma, dentro, la vitalità di un ragazzone. Parlavano gli occhi, lo guidava il piacere del lavoro, di una passione che trasmetteva anche ai suoi ragazzi. Difficile vedergli addosso il peso dell’età e nemmeno quello delle medaglie e dei successi a cui portava gli atleti. Il conto parla di quattro ori olimpici e cinque mondiali oltre a una serie traboccante di argenti e bronzi.

Castagnetti era stato operato al cuore circa un mese fa (l’8 settembre) in una clinica vicino a Ravenna. Pareva routine. Era tornato a Verona, la sua città natale, venerdì aveva già rivisto Federica Pellegrini, era ricomparso in piscina. Se n’è andato in un lampo, ieri sera intorno alle nove nella sua casa di Albizzano, una frazione di Negrar (Verona). Qualcosa si è inceppato nel fisico da buongustaio della vita e della cucina. Era pronto a ricominciare, con tante idee per la testa, voglia di uscire dal giardino di casa e pensare anche al tennis. Federica Pellegrini aveva rinviato il viaggio negli Stati Uniti per stargli vicino. Chissà, un presentimento. «Ed ora sono sconvolta, senza parole», ha raccontato quando il tam tam l’ha raggiunta.

Federica era l’ultima, straordinaria, impresa di Castagnetti: l’aveva ripescata da certe sabbie mobili che la stavano inghiottendo. L’ha ricostruita come atleta, le ha soffiato dentro tutta la sua energia e determinazione, ne ha migliorato le qualità nel nuoto e ogni volta le ha detto prima quel che avrebbe combinato in vasca, record compresi. L’ha recuperata da depressione, ansie, incertezze. L’ha fatta diventare campionessa e regina. E il lavoro non era ancora concluso. Il ct aveva in testa ancora qualche territorio da esplorare, aveva già programmato un intenso futuro, per sé e i suoi campioni.
Quel presentarsi in sandali, calzoncini corti e maglietta, era una pennellata di autenticità, una sorta di status symbol. Contavano i fatti, non l’apparenza. Era un pezzo pregiato e unico. «Abbiamo perso un campione al quale tutti dobbiamo riconoscenza per le emozioni che ci ha fatto provare». Gianni Petrucci, presidente del Coni, ha riassunto così il pensiero di un mondo e di una tribù che ha perso il suo capo indiscusso, non sempre indiscutibile.

Castagnetti era uomo con mille interessi e passioni, piacevole conversatore. Amava la lirica e i tenori, il calcio e l’Inter. Quando ne parlava diventava un fiume in piena, un innamorato. Così come lo era della moglie e delle quattro figlie.
Se il destino glielo avesse consentito, forse ci avrebbe lasciato con una battuta. Invece ora non resta che ricordare quei suoi occhi chiari e lucidi: il simbolo delle sue gioie.

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