Per capire perché un robot dovrebbe avere le mani basta pensare alle difficoltà nascoste dietro una cosa apparentemente banale: prendere l’ascensore. Per una macchina incaricata di consegnare qualcosa nelle camere di un albergo, e in Cina le troviamo praticamente ovunque negli hotel, attivare un ascensore può richiedere accordi con il produttore dell’impianto, collegamenti informatici, interventi sull’edificio e un mare di scartoffie burocratiche…
Felix Zhang, fondatore e CEO di Pudu Robotics, parte da questo esempio per spiegare la sua fiducia negli umanoidi: porte, pulsanti e scale sono progettati per persone con braccia, mani e gambe. Ma questo è vero anche per l’industria dove gli utensili e le macchine da lavoro sono nate per essere operate da umani.
Un robot che ci somiglia, quindi, potrebbe utilizzare gli stessi strumenti senza richiedere di adattare ogni luogo: se in fabbrica si può pensare di creare una linea produttiva robotica, d’altronde è un ambiente controllato, nel mondo reale è impossibile.
Nel caso degli ascensori, spiega Zhang, collegare la macchina all’impianto può essere infatti complicato. Modificare l’hardware non è sempre consentito e passare attraverso i servizi cloud richiede la collaborazione dei produttori e porta con sé implicazioni sulla sicurezza.
Risulta più facile dotare il robot di un braccio e fargli premere il pulsante che già esiste, proprio come facciamo noi: è nato così FlashBot Arm, un “semi-umanoide” che resta un robot per le consegne… ma ha braccia e mani.
L’era dell’Intelligenza Artificiale… con un corpo
Finora il mondo della robotica ha lavorato progettando una macchina diversa per ogni lavoro. Il nuovo trend, che Pudu Robotics ha abbracciato, è produrre un corpo versatile e insegnargli nuovi compiti attraverso dati e addestramento.
La chiamano “embodied AI” (letteralmente una AI “incarnata”): l’intelligenza artificiale che deve percepire l’ambiente e muoversi e agire al suo interno, interagendo con altri oggetti o con il luogo stesso. Riconoscere una bottiglia è facile, ormai lo fa anche un robot aspirapolvere che la vede con le telecamere e la classifica come oggetto fragile da evitare.
La parte difficile è afferrarla senza farla cadere, a prescindere dalla forma o dal materiale, ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale applicata a un corpo versatile come quello umano.
Questo non significa, però, che tutti i robot finiranno per assomigliarci: lo stesso Zhang riconosce che, negli spazi molto grandi e per i lavori ripetitivi una macchina specializzata può essere più efficiente e spesso anche più conveniente.
Per pulire un supermercato o trasportare carichi non serve necessariamente un corpo umano e qui Pudu è già attiva con una gamma di robot specializzati (con forme adatte alla funzione). A questi si affiancano i robot umanoidi e i robot semi-umanoidi, categoria a metà fra le due dove un robot funzionale utilizza “pezzi” ispirati agli umani, come nel caso del robot per le consegne dotato di braccia e mani.
Chiediamo quindi a Zhang quando arriverà il maggiordomo per la casa che la fantascienza ci ha insegnato a desiderare. Per il CEO, la prima difficoltà da superare è quella tecnologica del muoversi in un ambiente nuovo, manipolare oggetti diversi e completare un lavoro senza assistenza.
Su questo c’è ancora da lavorare e Zhang non si sbilancia su una data per l’arrivo dell’assistente domestico di massa, ma indica però un’interessante soglia economica che lo renderebbe diffuso nelle case così come si è diffusa la lavatrice o la TV: secondo lui, un umanoide per la casa dovrebbe costare meno di 10.000 euro per raggiungere una diffusione ampia.
Robot industriali e robot “casalinghi”
C’è poi il tema della grande differenza di approccio tra la robotica per i clienti finali e la robotica per il mondo business: nelle aziende una grande spesa per i macchinari può essere giustificata calcolando ore di lavoro risparmiate, costi e ritorno dell’investimento. In casa, invece, bisognerà capire quanto saremo disposti a pagare e quanto ci sentiremo a nostro agio con una macchina simile a una persona che si muove nelle nostre stanze e vive con noi 24 ore su 24.
Tra gli utilizzi immaginati da Zhang per il maggiordomo umanoide ci sono il bucato e la gestione dei piatti ad esempio: oggi abbiamo automatizzato il lavaggio con la lavastoviglie, la lavatrice e l’asciugatrice. Ma qualcuno deve ancora sparecchiare, riordinare le stoviglie, caricare i panni sporchi e via dicendo.
Se questo è quindi l’obiettivo di medio termine, nell’immediato la strategia del produttore, forte di una sede europea inaugurata proprio quest’anno che si affianca a un magazzino dedicato in Europa, la strategia è vendere macchine capaci di svolgere compiti forse più semplici, ma che sarebbero lunghi, ripetitivi e noiosi per un umano.
Ed è interessante vedere come, anche nel caso più banale della pulizia di grandi spazi commerciali, si possa innovare e creare sinergie sfruttando l’AI per far collaborare tra di loro due diversi robot specialistici. Il modello che spazza (MT1) può letteralmente chiamare quello che lava (CC1) quando incontra acqua sul pavimento così da risolvere in autonomia un problema reale.
Dall’altro fronte, poi, c’è la parziale umanizzazione dei robot specializzati: BellaBot è fondamentalmente un “portaoggetti su ruote”, serve per consegnare cibo e raccogliere i piatti sporchi. Ma con un’AI che è in grado di conversare, uno schermo con un volto virtuale da gatto e due orecchie sensibili al tatto, inizia a rompere la barriera di diffidenza tra uomo e macchina anche senza assomigliare a un essere umano.
E infine ci sono i robot che non diventeranno mai umani perché è semplicemente inefficiente che lo diventino, come il tosaerba appena presentato (Tomo S) che arriverà in commercio nel 2027. Si tratta della prima proposta per i consumatori all’interno della gamma di Pudu, segno che l’azienda ha deciso di espandersi oltre i confini del segmento business.
