C’è un Socrate che ormai gira sui social più di un influencer, evocato ogni volta che qualcuno solleva dubbi sugli effetti dell’intelligenza artificiale sul cervello umano (e non solo, economici, geopolitici, ecc). «Anche Socrate era contrario alla scrittura, sosteneva che avrebbe distrutto la memoria», ripetono gli entusiasti dell’IA (e va da sé non possono mancare Gutenberg, la televisione, i videogiochi, Internet).
Insomma, ogni nuova tecnologia sarebbe stata accolta con paure catastrofiche smentite dal progresso (che in gran parte è vero, con dei distinguo, i distinguo tuttavia non funzionano per trenta secondi di reel). Quindi anche chi oggi teme che delegare il pensiero a ChatGPT possa renderci più stupidi sarebbe l’ennesimo nostalgico del passato. Un ragionamento che ha un problema: è una stronzata logica, e soprattutto è un magnifico esempio di cherry picking: scegliere dalla storia soltanto gli esempi che confermano una tesi, ignorando tutti gli altri.
Cominciamo da Socrate, visto che ormai non se ne può più. Socrate non ha lasciato nulla di scritto (e già questo dovrebbe suggerire una certa prudenza filologica nel citarlo a cappero) e tra l’altro nella storia di filosofia e letteratura si può citare tutto e il contrario di tutto a seconda di come ci torna comodo (per questo amo la scienza, lì gli errori sono errori). Il riferimento è al Fedro di Platone, precisamente nei passi 274c-275b, dove Socrate racconta il mito egizio di Theuth, inventore della scrittura, che presenta la sua invenzione al re Thamus promettendo di rendere gli uomini più sapienti e di migliorarne la memoria. Siamo nella mitologia, già questo dovrebbe far riflettere (ma è chiedere troppo, riflettere). Il re gli risponde che otterrà l’effetto contrario: gli uomini smetteranno di esercitare la memoria affidandosi ai segni scritti e soprattutto crederanno di sapere senza sapere davvero. Quindi la solita frasetta attribuita a Socrate è una semplificazione da Baci Perugina (anche se il Socrate di Platone condivide la critica di fondo, e allora?).
E soprattutto la questione non è la paura di una “diavoleria moderna”, bensì la differenza tra possedere informazioni e comprenderle e essere capaci di produrre qualcosa di originale. Domanda: quanta originalità vedete quando scrollate i reel di Instagram e Tik Tok, anche quando vi parlando di AI? Mai stati più cloni come oggi. Quando chiedono “e voi, cosa ne pensate” risponderei “perché, c’è qualcosa a cui devo pensare?” e torno a Proust o a Dennet o a Call of Duty, per fortuna non vivo di video.
Una distinzione, sulle conoscenze, che con l’IA torna più attuale che mai (manca anche il comprenderle, e perfino il produrle con la propria testa e con lo studio, proprio lo studio attraverso lettura e scrittura e comprensione di chi cita Socrate). Il paradosso è che chi cita Socrate per liquidare il problema rischia di dimostrare proprio il problema denunciato nel Fedro: scambiare la disponibilità di un’informazione per la sua comprensione (un doppio autogol).
Ma andiamo avanti. La stampa di Gutenberg ha rivoluzionato la conoscenza e ha consentito la diffusione dei libri, della scienza, delle idee, e ha contribuito a rendere il sapere accessibile a milioni di persone (non c’erano più soltanto i manoscritti copiati nei monasteri, ma libri che potevano circolare ovunque, da Erasmo a Galileo, il quale però fu processato da chi aveva per dogma altri libri stampati). La radio ha portato informazione, musica e cultura nelle case, perfino resistenza alle dittature (ci ricordiamo Radio Londra?), e la televisione ha aperto una finestra sul mondo, e i videogiochi hanno creato nuove forme di intrattenimento e perfino di apprendimento.
Vero che per anni si è sostenuto che i videogiochi violenti avrebbero trasformato i ragazzi in assassini (Crepet e company), una tesi che gli studi non hanno confermato (una ricerca dell’Università di Oxford del 2019 non ha trovato associazioni tra videogiochi violenti e comportamenti aggressivi negli adolescenti esaminati). Ok, che cosa dimostra? Che siccome abbiamo sbagliato su una tecnologia dobbiamo necessariamente sbagliare anche su tutte le successive?
Allora perché non ricordare Thomas Midgley, il quale negli anni Venti contribuì allo sviluppo della benzina al piombo, capace di migliorare le prestazioni dei motori (e di avvelenare per decenni milioni di persone, danneggiando soprattutto il cervello dei bambini)? Lo stesso Midgley contribuì allo sviluppo dei CFC, considerati rivoluzionari per la refrigerazione (e in seguito rivelatisi responsabili della distruzione di parte dello strato di ozono, meno male intervenì la scienza e non gli influencer, che non c’erano ancora, bei tempi). Due innovazioni, due disastri, un solo inventore. Oppure la lobotomia, celebrata come una conquista della medicina, tanto che nel 1949 il suo pioniere Egas Moniz ricevette addirittura il premio Nobel, prima che emergesse la gravità delle sue conseguenze quando usata a sproposito (guardatevi Qualcuno volò sul nido del cuculo, sebbene spero lo abbiate già visto). Sospetto, no, che questi esempi nella storia del progresso raccontata dagli entusiasti dell’IA non compaiano mai?
E soprattutto, perché in questa meravigliosa storia delle tecnologie che ci hanno migliorato la vita si dimenticano sempre Internet e i social network, i pro e i contro? Internet è stata una rivoluzione straordinaria, ci ha messo a disposizione una biblioteca praticamente infinita, ha democratizzato l’accesso alla conoscenza (io stesso non vorrei tornare a vivere senza), e però…
Peccato che insieme alla conoscenza ha moltiplicato la circolazione delle sciocchezze, dato una visibilità senza precedenti ai complottisti, ai terrapiattisti, ai no-vax, a estremisti di ogni tipo, a commenti di centinaia di milioni di persone contro esperti che non hanno mai aperto un libro (saranno socratici o semplici imbecilli?). I movimenti antivaccinisti esistevano già prima, Internet ha fornito loro un sistema di diffusione infinitamente più rapido, capace di trasformare la più assurda convinzione personale in una comunità mondiale. Prima il cretino del villaggio rimaneva più o meno confinato nel villaggio, ora può fondare un movimento internazionale (e trovare altri cretini che lo considerano un genio), e perfino monetizzare le proprie baggianate in video sui social, copiando altri che fanno video uguali, massimo un minuto, asserviti all’algoritmo.
E i social, appunto? All’inizio sembravano la tecnologia che avrebbe unito l’umanità, democratizzato il dibattito pubblico, fatto incontrare persone lontane, tanta comunicazione, tanti scambi, tanta conoscenza in più. Tutto vero, almeno in parte, finché per l’appunto abbiamo scoperto gli algoritmi che premiano l’indignazione, le bolle informative, l’ossessione per i like, il doomscrolling, lo scorrimento compulsivo e interminabile di notizie negative. Abbiamo dato gli smartphone ai bambini e riempito le loro giornate di notifiche e video di pochi secondi (e numerosi studi provano i danni cerebrali), e adesso ci domandiamo perché facciano fatica a staccarsene (peraltro gli adulti non è che offrano un esempio edificante: basta osservare una qualsiasi tavolata al ristorante). Molti esperimenti scientifici hanno dimostrato come Facebook e Instagram hanno registrato piccoli miglioramenti del benessere psicologico.
E veniamo all’intelligenza artificiale. Uno studio del MIT Media Lab, Your Brain on ChatGPT, ha esaminato 54 persone impegnate a scrivere testi, alcune utilizzando ChatGPT, altre i motori di ricerca, altre soltanto il proprio cervello. I partecipanti assistiti dall’IA hanno mostrato una minore connettività cerebrale durante il compito e maggiori difficoltà nel ricordare ciò che avevano appena scritto. Quando deleghiamo un’attività cognitiva potremmo esercitare meno proprio le capacità necessarie a svolgerla e io ne ho una prova privata: non posso fare una conversazione letteraria o scientifica con nessun addicted dell’AI senza che debba chiedere all’AI.
La differenza che non può essere liquidata con una battuta su Socrate. La calcolatrice esegue un’operazione, il GPS trova una strada, internet mette a disposizione la conoscenza e anche l’idiozia, sulla televisione non saprei, avete visto la tv? Io ho suocere e mamme con cui non discuto più perché una stupidaggine l’hanno sentita in tv e non hanno mai aperto un libro (la tv è più tecnologica di Socrate, no?).
L’intelligenza artificiale può scrivere un ragionamento, formulare un’opinione, costruire un’argomentazione, elaborare una conclusione, di fatto non ci aiuta soltanto a ricordare o a calcolare: può sostituirci proprio nell’attività del pensare (e nello scrivere, e se poi la scrittura vuole essere letteratura, senza ossessioni, senza migliaia di letture, come dicono a Roma: ciao core). Il che non significa che debba per forza farlo (la si può usare per approfondire, verificare, discutere le proprie idee, perfino per farsene contestare una), ma che il modo in cui viene utilizzata fa una differenza enorme.
Tutti a produrre contenuti identici, l’AI diventa sempre meno un pappagallo stocastico, ragiona, è fuor di dubbio, gli umani no, a cominciare dal citare Socrate senza aver mai letto il Fedro, e magari facendosi spiegare da ChatGPT che cosa aveva detto Socrate per inserirlo in un reel (il primo che lo ha fatto lo prenderei a calci, tutti gli altri pappagalli no, sono troppi). Infine, una cosa curiosa: più aumentano le capacità dell’AI, più gli entusiasti (Umberto Eco li avrebbe chiamati gli integrati, i quali spesso sono anche apocalittici, apocalittici integrati e felici di non essere costretti a fare niente, e non resterà niente di loro), i cosiddetti content creator cge producono content uguali, completamente asserviti all’algoritmo. Si salvano gli Youtuber seri, scienziati divulgatori che approfondiscono temi che conoscono bene, e non sono pappagalli. Peccato siano pochi. Socrate, comunque, lasciatelo in pace. Oppure no, tanto è morto, più o meno come voi in vita ma almeno lui era Socrate.
