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Parlamento

Legge elettorale, il risiko delle preferenze

Trattative e trappole tra maggioranza e opposizione. Resta il premio di maggioranza al 42%. Ancora in ballo il nodo anti-cespugli

Esame delle disposizioni in materia di legge elettorale. Senato, Roma Mercoledì 09 Settembre 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) the review of provisions regarding electoral law. Senate, Rome, Wednesday September 09 2026. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Roma Il rischio di dar vita alla parodia della famosa canzone di Cochi e Renato «guardi che qui siamo su a milletré» è stato scongiurato. La «quota», pardon la soglia, in cui scatterebbe il premio elettorale resterà al 42% e non più al 41% come qualcuno nel centro-destra aveva sognato. Ha prevalso il pudore. Nella maggioranza hanno capito che la modifica sarebbe stata un «boomerang», la prova di una legge calibrata sull’ultimo sondaggio. «Sarebbe stata - taglia corto il leghista Stefano Candiani - una legge fatta su misura per noi da un sarto». «Un punto in meno o in più cambia poco - osserva Francesco Filini, testa d’uovo di Palazzo Chigi - mentre si rischiava un danno di immagine».

Già, in un Paese che ha cambiato quattro leggi elettorali in venti anni (in Inghilterra è la stessa da secoli) è difficile coniugare interessi di partito, di coalizione e, appunto, «immagine».

Non è stata ancora trovata l’intesa, invece, sulla norma anti-cespugli che prevede di non conteggiare i voti dei partitini della coalizione che prendono meno del 3%. La Meloni e i suoi vogliono cancellarla del tutto: «Per il Colle - la motivazione - è anticostituzionale». Forza Italia invece per ora la difende: «Siamo disposti - spiega Stefano Benigni - ad abbassare la soglia al 2 o all’1% ma non a cancellarla del tutto». Anche perché dietro il cambio di atteggiamento di Fdi intravvedono altre ragioni: l’intenzione degli uomini della Meloni di presentare delle liste civetta per contrastare Vannacci all’insegna del marinettismo più sfrenato, da «futuro italiano» a «futuro tricolore»; o ancora per dividere e privare di peso politico il «centro» della coalizione. «Puntano a frastagliare - sibila Giorgio Mulé - l’area moderata». È lo schema di tante «Bielorusse» centriste, sul modello del partito di Lupi.

Siamo a «la fiera dell’est», il celebre pezzo di Branduardi. Tra una bancarella e l’altra tutti pensano al proprio tornaconto ma a volte i conti non tornano. Ad esempio, da uno studio di maga Ghisleri emerge che con l’attuale legge il Generale porterebbe a casa 19 deputati, con la nuova, lo Stabilicum, 24. E nella confusione si celano mille giochi. Lo stato maggiore del Pd è convinto che non tutto il centro-destra voglia la nuova legge. Azzardano che ci sia un ripensamento pure della Meloni. Che sia un’intuizione giusta è da vedere, ma intanto provano a far saltare il banco. Tentar non nuoce, si dice. Così è nata l’operazione «preferenze»: l’intero «campo largo» ha presentato emendamenti, quello del Pd a firma Irto, che «liberalizzano» le preferenze rispetto alla norma della maggioranza che garantisce i capilista e le prevede solo per gli altri candidati. Il presidente del Senato li ha ammessi lasciando perplesso anche il presidente della commissione De Priamo: «Boh, Ignazio questa volta non l’ho capito. Certo le preferenze sono sempre state un nostro cavallo di battaglia. E questo per noi è un problema». Dentro Fdi c’è una scuola di pensiero che non vorrebbe abbandonare quella bandiera (il capogruppo Malan lo ammette). Ma probabilmente alla fine il partito della Meloni voterà contro. Anche perché se passasse gli alleati farebbero saltare la legge. Solo che quel voto contrario permetterà al «campo largo» e a Vannacci di dire che le prese di posizione della Meloni a favore delle preferenze erano solo propaganda. In più vanno a solleticare chi nella maggioranza ha delle riserve sullo Stabilicum. Dai delusi per il mancato inserimento del «ballottaggio» («ora abbiamo buone probabilità di perdere», scommette «fratello» Totaro») agli scettici di sempre («se si perde il capo dell’opposizione rischia di diventare Vannacci», paventa Candiani). È su questo «caos» che punta l’opposizione. «Se vota contro le preferenze - ragiona Francesco Boccia - la Meloni perde la faccia. Se vota a favore sfida i suoi alleati. In fondo tra loro c’è chi pensa che sia meglio affossare lo Stabilicum senza assumersi la responsabilità. Con il Rosatellum o perdono di meno, o pareggiano. Anche perché lei a differenza di Salvini e Tajani, che sono morti che camminano, l’accordo con il Generale non lo fa». Nel «campo largo» molti la pensano così. A sentire un ex-generale, che piace alla sinistra, neppure Vannacci vuole l’alleanza con il centro-destra: «Ha dietro - confidava ieri alla Camera Albino Amodio - i consulenti di Bannon. Oltreoceano vogliono Vannacci al posto della Meloni». Congetture, previsioni ma la politica non si fa solo sulle scommesse o sulle leggi elettorali. Ieri un ex-ministro dell’Ulivo, Fioroni, nel corridoio dei passi perduti sospirava: «In questo mondo impazzito se non c’era la Meloni, dico lei non i suoi, saremmo con il sedere per terra. Vi immaginate un governo con Bonelli all’Energia e Fratoianni agli Esteri? Ma su! I centristi? Nel campo largo non sono previsti, magari è un bene perché pensiamo ad altro».

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