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Parlamento

No ballottaggio, premio al 41%. Il Senato lima la legge elettorale

Il testo oggi in Aula a Palazzo Madama. Intesa sui capilista bloccati ma fino a tre preferenze. Pressing della Lega per il turno unico, mentre FdI vuole ridurre l’asticella che garantisce la maggioranza

La commissione Affari costituzionali del Senato durante i lavori sulla alla legge elettorale, Roma, Martedì 1 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Senate Constitutional Affairs committee during the examination of the electoral law, Rome, Tuesday, September 1, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Dopo la corsa contro il tempo in Commissione Affari costituzionali ora si inizia fare sul serio. La nuova legge elettorale arriva oggi nell’Aula del Senato dove dovranno essere inseriti alcuni tasselli decisivi in vista del voto del 2027. Il perimetro dell’intesa nel centrodestra appare ormai abbastanza definito. A partire dalle preferenze: capolista bloccato e possibilità per l’elettore di esprimere fino a tre preferenze, con i necessari meccanismi di alternanza di genere. Una soluzione che consente ai partiti di conservare una quota di controllo sulle candidature e, allo stesso tempo, restituisce agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

Molto più incerta è invece la sorte del ballottaggio. L’ipotesi, rilanciata anche da Marcello Pera, sembra ormai avviata verso il tramonto. Il progetto prevedeva una vittoria al primo turno con il 48% dei voti e, in assenza della soglia, il ricorso a un secondo turno. Una soluzione che si è scontrata soprattutto con la contrarietà della Lega. Matteo Salvini, del resto, ha sempre guardato con maggiore favore al turno secco: si vota, chi vince governa e chi perde va all’opposizione.

Restano così due nodi veri. Il primo riguarda il premio di maggioranza. Il testo fissa oggi la soglia al 42%, ma Fratelli d’Italia spinge per il 41. Un punto percentuale che può pesare parecchio. La soglia non appare comunque estranea al perimetro tracciato dalla Corte costituzionale: la sentenza sull’Italicum aveva indicato nel 40% un riferimento ritenuto compatibile con l’esigenza di bilanciare rappresentatività e governabilità.

Il secondo nodo è la cosiddetta norma «anti-cespugli». La soglia di sbarramento resta fissata al 3% per l’elezione diretta dei parlamentari, ma la questione riguarda le liste minori che si presentano all’interno di una coalizione e che non raggiungono quella percentuale. Passata quale soglia quei voti contribuiscono al totale della coalizione? Forza Italia ragiona su una soglia del 2; Fratelli d’Italia sull’1%. È uno dei capitoli sui quali la trattativa resta aperta.

Sul tavolo c’è poi l’indicazione del premier, che dovrebbe essere depositata e non comparire solo sulla scheda. Un dettaglio tutt’altro che secondario. Perché dietro la tecnica elettorale c’è anche la strategia politica dei partiti. Nel centrodestra, infatti, c’è chi ragiona già sul «dopo». L’idea è che, in caso di vittoria del centrosinistra, il governo possa avere vita non necessariamente lunga e che il centrodestra possa quindi riorganizzarsi senza che Giorgia Meloni perda automaticamente la propria leadership. Se invece nessuno dovesse ottenere una maggioranza politica sufficiente, tornerebbe in campo lo scenario di un governo parlamentare.

E qui si inserisce anche la variabile Vannacci. Nei ragionamenti della maggioranza c’è la convinzione che il generale, alla prova delle urne, possa raccogliere meno di quanto oggi gli attribuiscono alcuni sondaggi. Soprattutto se decidesse di correre fuori dalla coalizione. Il rischio di «sprecare» il voto potrebbe infatti frenare una parte del suo potenziale elettorato.

Per la legge elettorale, dunque, la fumata bianca non è ancora arrivata, ma Palazzo Madama torna a essere il centro della partita. E questa volta il traguardo sembra essere davvero vicino.

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